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Film

Il binomio Jeunet-Tautou, già collaudato e pluripremiato con Amelie, torna sul grande schermo.

Una lunga domenica di passioni

Il binomio Jeunet-Tautou, già collaudato e pluripremiato con Amelie, torna sul grande schermo.


Regia: Jean-Pierre Jeunet
Con: Audrey Tautou e Gaspard Ulliel
 
Il binomio Jeunet-Tautou, già collaudato e pluripremiato con Amelie, torna sul grande schermo. Questa volta non si tratta più di una favola metropolitana ma di un melodramma sulla Grande Guerra.
Mathilde (Tautou) e Manech (Ulliel) si amano dall'infanzia. Lo scoppio della prima guerra mondiale costringerà lui a partire per il fronte e lei ad aspettarlo senza tregua. Ma la guerra finisce e Manech non torna. L'unico appiglio di Mathilde sono i presagi della sua fantasia.
Una notizia cambierà ogni cosa: cinque soldati francesi sono stati condannati dalla corte marziale per automutilazione e poi abbandonati nella terra di nessuno tra le trincee francesi e quelle tedesche. Tra questi c'era anche il suo Manech.
Incapace di accettare la morte del suo innamorato, Mathilde inizia una lunga odissea di ricerche, e anche quando i fatti sembrano parlare chiaro la ragazza non si da per vinta, sospinta da un'incrollabile sparanza. Se Manech fosse morto, lei lo saprebbe.
Attraverso le testimonianze dei soldati, delle donne che hanno lasciato a casa, dei luoghi e dei volti devastati Mathilde incontra da vicino l'orrore della guerra. Pur circondata dalla morte, inspiegabilmente aspetta ancora Manech.
Una lunga domenica di passioni è tratto dal romanzo Sebastien Japrisot, che colpì la fantasia del regista Jeunet quando era ancora un adolescente. E in effetti il suo film è una grande epopea adolescenziale, lirica ed eroica, romantica e patetica fino all'esaltazione. Il messaggio di questo film è "spero dunque sono".
La fotografia di Bruno Delbonnel, se in Amelie era perfetta, qui è addirittura irritante. Carrellate sognanti, colori esasperati, atmosfera fiabesca, rendono questo film la copia stilistica del precedente, ma a sproposito. Per rendere tangibile il messaggio d'amore e di speranza, di positività anche nel dolore, il regista crede che basti usare l'espediente digitale. Poniamo pure che sia questo il suo stile: eppure sia in Amelie sia in Delicatessen Jeunet aveva trovato una chiave ben più originale e sincera. Allora dovè il problema?
Il film non è noioso, non è superficiale, non è svolgiato. Le scene di trincea sono realistiche, l'intreccio è convincente, il messaggio è fondamentale, alcuni spunti sono molto divertenti. Eppure il film risulta come un gioiello freddo, nonostante i continui sforzi, a volte anche disonesti, di commuovere lo spettatore. La sensazione è che Jeunet, sulla scia dell'entusiasmo per il successo di Amelie, abbia deciso di giocare questa carta all'infinito. È la carta di un'estasiata Tautou sempiterna Pulain, della voce narrante ipernarrativa, della poetica del videoclip, della foto in bianco e nero e della strategia digitale.
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