Un noir sostanzialmente elegante nella forma e piuttosto ben calibrato nel racconto, ma senza una vera identita endemica, quindi senza unanima, apre la 63^ Mostra del Cinema di Venezia
Un noir sostanzialmente elegante nella forma e piuttosto ben calibrato nel racconto, ma senza una vera identità endemica, quindi senza un’anima, apre la 63^ Mostra del Cinema di Venezia
Delude la Dalia di De Palma
Un noir sostanzialmente elegante nella forma e piuttosto ben calibrato nel racconto, ma senza una vera identità endemica, quindi senza un’anima, apre la 63^ Mostra del Cinema di Venezia
Alla fine, le nostre mal celate preoccupazioni sulla trasposizione del complicato romanzo di James Ellroy si sono dimostrate del tutto fondate: “The Black Dahlia” si presenta come un film tutto sommato deludente proprio perché non riesce a restituire il senso primo dell’opera letteraria, che era appunto ossessione per una vittima ritenuta indifesa, ed attraverso questa ricerca isterica di redenzione da parte dei due poliziotti protagonisti: soprattutto la figura di Blanchard in questo senso viene totalmente spogliata della sua potenza intrinseca, e diventa in più occasioni monodimensionale quando non addirittura macchiettistica. Anche le modifiche della sceneggiatura rispetto al testo originale intervengono a semplificare la trama togliendo però momenti e pagine in cui la psicologia dei personaggi e la loro “dannazione” interiore li rendeva assolutamente affascinanti. Al cinema assistiamo ad un noir che è sostanzialmente elegante nella forma e piuttosto ben calibrato nel racconto, ma senza una vera identità endemica, quindi senza un’anima.
A parte qualche solito virtuosismo con la machina da presa Brian De Palma gira con un’eleganza ed una misura che ben si addicono prima al genere e poi alla ricostruzione d’epoca (come la solito bravissimo il nostro Dante Ferretti alle scenografie). Di certo il dover dirigere un cast di star tutte completamente fuori ruolo non ha giovato né al regista né tantomeno al lungometraggio stesso. La Swank ed Hartnett se la cavano con mestiere, Eckhart e soprattutto la Johansson franano nella smorfiosità, ed alla fine la migliore sulla scena è un’intensa e dolorosa Mia Kirshner.
“The Black Dahlia” non è certo un film insulso da guardare, ma è la precisa dimostrazione di come un adattamento non dovrebbe essere: il bellissimo “L.A. Confidential” (id., 1997) di Curtis Hanson - scritto insieme a Brian Helgeland - aveva stravolto la storia di Ellroy, ma ne aveva invece mantenuto il senso profondo e lo spessore intrinseco dei personaggi. In quest’opera accade quasi esattamente il contrario, e ciò a scapito di un contenuto che deve per forza di cose arrendesi alla forma. Come troppo spesso ormai accade nel cinema di De Palma.
- FESTIVAL DI VENEZIA 2006 |
- BRIAN DE PALMA |
- THE BLACK DAHLIA - DALIA NERA |
- JOSH HARTNETT |
- SCARLETT JOHANSSON
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