Molti dei dubbi che avevamo recentemente espresso riguardo il ritorno di Sylvester Stallone e del suo ormai mitico pugile italoamericano – vedi l’articolo “La saga di Rocky” – sono stati fugati dalla visione di quest’ultimo capitolo.
Con un’operazione che denota una sorprendente intelligenza, il regista è tornato a caratterizzare il personaggio alle sue origini, prima cioè che Rocky diventasse l’eroe palestrato e propagandista che il terzo e quarto episodio lo avevano reso negli anni ’80. Adesso è tornato nel suo vecchio e fatiscente quartiere, lavora nel suo piccolo ristorante, e soprattutto vive attaccato ai dolorosi ricordi di un tempo: la gloria del ring, le urla della folla, ma soprattutto il ricordo della sua Adriana, scomparsa da tempo.Citando un’affermazione del mio collega Mauro Donzelli, Balboa è diventato una figura patetica, intesa nel senso positivo del termine: ci troviamo di fronte infatti ad un personaggio immerso nel crepuscolo, che sta concludendo la propria esistenza e sta facendo i conti con il mito che un tempo ha rappresentato. Per almeno due terzi dunque “Rocky Balboa” si muove come un melodramma umano scritto e realizzato con una sensibilità che sinceramente da Stallone non ci saremmo più aspettati. Non stiamo di certo parlando di un capolavoro, neppure di un lungometraggio pienamente riuscito, ma di un’opera sincera ed abbastanza lucida nel sapere cosa vuole raccontare. Risulta evidente che l’attore/regista/sceneggiatore ha voluto in qualche modo chiudere i conti con la sua un tempo splendida creatura tornando a raccontarla per quello che è, e smentendo in qualche modo i sensazionalisti ed il “machismo” che l’aveva trasformata in qualcosa di estraneo alla sua natura. Un ritorno dunque allo spirito ed alle atmosfere dei primi due episodi, scelta che non può non essere applaudita.
Anche nell’ultima parte del film, quella del ritorno sul ring contro l’avversario più giovane e forte, possiede una furbizia che conferma stranamente la bontà del prodotto: in ogni momento in cui la figura rischia di cadere nel ridicolo per ovvii motivi anagrafici – vedi ad esempio la sequenza degli allenamenti – la regia ed il montaggio tagliano corto e passano quasi immediatamente oltre, evitando così inutili melensaggini. Anche lo scontro finale viene ripreso come un evento televisivo “live”, cosa che in qualche modo si distacca ad esempio dagli eccessi patinati dei match precedenti con Clubber Lang o Ivan Drago.
Scritto e realizzato con un’aderenza ed una lucidità encomiabili (in proporzione ovviamente a quanto di brutto Stallone aveva in precedenza fatto con il suo pugile) “Rocky Balboa” è un’opera di più che discreta qualità, che dimostra in pieno l’attaccamento del cineasta al suo personaggio, ma a tratti anche la sua autoironia e la volontà di mostrarlo mentre si avvia, adesso degnamente, verso una conclusione impossibile da evitare.




domenica 25 febbraio 2007
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