Il giovane D.J. sta vivendo un
momento piuttosto particolare della sua infanzia, ed in particolare il
passaggio ad un’età più inquieta ed affascinante come l’adolescenza. Insieme al
suo amico fidato Chowder il ragazzo cerca di risolvere il mistero della casa di
fronte alla sua, che ai suoi occhi si fa sempre più tetra e minacciosa.
Nell’abitazione vive il vecchio, terribile signor Nebbercracker, che ruba tutti
i giochi dei bambini che finiscono sul prato di fronte la casa, e si comporta
esattamente come un orco. Quando però l’anziano figuro viene portato in
ospedale per un attacco di cuore, provocato proprio da D.J., i due protagonisti
hanno l’occasione per entrare nella spaventosa tenuta e scoprire cosa si cela
dietro il suo mistero. Ad aiutarli la bella Jenny…
Ma qual è la direzione che sta
esattamente prendendo l’animazione realizzata in digitale? A giudicare dai
prodotti usciti negli ultimi tempi, probabilmente neppure le Major che ci
stanno lavorando possono fornire una risposta precisa. Anche la grande Pixar
con l’ultimo “Cars” (id., 2006) ci ha regalato un’opera tutto sommato
deludente, in cui i prodigi della tecnologia non sono stati supportati da
un’adeguata preparazione a livello tematico e drammaturgico.
Lo spesso si può
dire per questo sfilacciato “Monster House”, prodotto da Steven Spielberg e da
quel Robert Zemeckis che già aveva diretto “Polar Express” (id., 2004),
anch’esso nato dall’avanguardistica tecnica della “performance capture” – i
movimenti di attori in carne ed ossa vengono ripresi e trasformati ne pixel che
vediamo sul grande schermo.
Insomma, l’avanguardia nel campo
dell’animazione al computer sta forse portando ad un tasso di spettacolarità
sempre più elevato, a scapito però dell’attenzione verso sceneggiature ben
articolate e personaggi pluridimensionali.
Il lavoro di Kenan funziona sotto il
punto di visto puramente estetico, ma alla fine non coinvolge mai veramente lo
spettatore. A dimostrare questo la divisione molto netta della storia in due
spezzoni troppo divisi, in cui la prima parte serve quasi esclusivamente a
preparare l’esplosione di action della seconda. Gli ultimi venti minuti di
“Monster House” sembrano un blockbuster interpretato da Arnold Schwarzenegger,
tanto è il fracasso visivo e sonoro a cui si assiste. Tanto e tale sfoggio di
mezzi però serve solo a celare malamente la mancanza di una storia
interessante, di un percorso preciso nell’evoluzione interne dei protagonisti.
Ci si accorge ben presto che il tutto ha il fiato corto, e che probabilmente
sarebbe stato più interssante nella sintesi narrativa che un cortometraggio sa
proporre. Rimangono in mente qualche bella trovata visiva e l’impressione che
l’animazione al computer stia veramente facendo passi da gigante. Ma in che
direzione appunto?


Robert Zemeckis
Steven Spielberg



