Dopo esser stato presentato con successo a Venezia, esce venerdì nelle sale italiane, il nuovo film di Abel Ferrara con Juliette Binoche e Matthew Modine
Mary
Dopo esser stato presentato con successo a Venezia, esce venerdì nelle sale italiane, il nuovo film di Abel Ferrara con Juliette Binoche e Matthew Modine
Regia di Abel Ferrara;
con Forest Whitaker, Juliette Binoche, Matthew Modine, Marion Cotillard, Elio Germano.
Se si conoscono tutte le interminabili vicissitudini che hanno accompagnato la produzione, la lavorazione ed infine il montaggio di quest’ultima fatica di Abel Ferrara, il risultato finale sembra già un piccolo miracolo. La bellezza delle immagini di “Mary” è testimonianza preziosa della vivacità di un autore ancora in grado di esprimere in pieno il valore della propria poetica filmica: questo il pregio maggiore del lungometraggio, opera complessa e ricca di stratificazioni significazionali vanificate però da un originario errore di fondo, che purtroppo mina dall’interno il suo valore assoluto. L’idea di partenza della sceneggiatura è quella di provare a raccontare l’ambiguità del rapporto tra singolo essere umano ed il sentimento del divino; per fare questo, lo script mette in scena tre storie parallele, tutte in teoria destinate a dare una risposta differente al quesito di fondo. L’errore –grave – consiste nell’aver sviluppato soltanto una delle tre storie, quella che passando attraverso l’accettazione dei propri errori porta alla conversione di uno dei protagonisti, conversione generata dalla sofferenza e dal rimorso. Sotto questo punto di vista tale sviluppo narrativo, unico e perciò isolato, ben presto conduce la vicenda verso i binari pericolosi dell’ovvietà e della canonicità; alla fine perciò “Mary” risulta un film che non riesce a creare un vero dibattito, una griglia di discussione, perché non ha la possibilità di proporre interpretazioni multilaterali di quanto vorrebbe invece chiamare in causa. Le altre due possibili storie si fermano infatti alla caratterizzazione forte di due personaggi, ma non alla drammatizzazione necessaria a svilupparne le potenzialità propositive. Il fascino delle immagini e delle parole si ferma perciò soltanto in superficie, incapace a strutturare questo ipotetico trittico. Della vicenda narrata in “Mary” si ricorda dunque soltanto la storia più retorica e “facile” da raccontare: tale disequilibrio fa in modo che il film risenta completamente di alcuni vuoti di senso – o meglio di completezza nella spiegazione di questo senso - che probabilmente vanno ad inficiare definitivamente l’idea di partenza di Ferrara. Del film rimangono però nella mente immagini di rara bellezza, evocative ed insieme fortemente calate nella realtà dell’evento. Oltre a questo, vanno poi sottolineate le grandi interpretazioni di una struggente Juliette Binoche/Maria Maddalena e soprattutto di Forest Whitaker, interprete dalla fisicità intensa ed attore di grande finezza drammatica, ancora troppo sottovalutato.
“Mary” si presenta come ulteriore e sincero tentativo di Ferrara di indagare in maniera personale il proprio rapporto con la religione: visivamente poetico, il film soffre di una certa mancanza di lucidità nell’ideare una struttura narrativa necessaria a dimostrare le tesi sostenute dall’autore. Rimane il fascino della visione, purtroppo non la sua coerente esplicitazione.
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