60 edizione,la macchia umana,festival di venezia
Film

"The Human Stain" è un bellissimo film. E' un piacere, tra tanta leziosa ricerca di sorprese, assistere, senza mai annoiarsi di fronte ad attori strepitosi e ben diretti, ad una storia forte, raccontata con un'ottima fotografia e buone musiche.

La macchia umana

"The Human Stain" è un bellissimo film. E' un piacere, tra tanta leziosa ricerca di sorprese, assistere, senza mai annoiarsi per un'ora e quarantacinque minuti di fronte ad attori strepitosi e ben diretti, ad una storia forte, raccontata con un'ottima fotografia e buone musiche in sottofondo.

"Il dolore non si misura" - così parla Coleman Silk (Anthony Hopkins) a Faunia (Nicole Kidman) in "The Human Stain" (in italiano "La Macchia Umana"), film presentato fuori concorso all'ultima Mostra del Cinema di Venezia.
Le ferite restano personali e non esistono oggettive unità che possano rendere possibile un confronto. Sarà facile, per i critici che hanno accolto tanto riottosamente il film di Robert Benton, sottolineare che si tratta di una delle numerose frasi "strappate" dal libro di Philip Roth. Difficile però capire come avrebbe potuto essere altrimenti per "The Human Stain", tratto dal libro omonimo, sulla sceneggiatura di Nicholas Meyer. Un libro che - come dice il regista - è "un colosso della letteratura americana di fine Novecento" e che proprio in quanto tale non poteva che generare discussioni e polemiche una volta adattato al grande schermo. Diciamo subito, senza perdere altro tempo, che a noi il film è piaciuto. Molto. E che è stato un piacere, tra tanta leziosa ricerca di sorprese, assistere senza mai annoiarsi, per un'ora e quarantacinque minuti di fronte ad attori strepitosi, ben diretti, ad una storia forte, raccontata con un'ottima fotografia e buone musiche in sottofondo.

Coleman Silk è un uomo forte. Cinico quanto basta agli intelligenti per non cadere sotto la meschinità dilagante, ironico e potente nella propria capacità di insegnare, Silk ha una carriera accademica di tutto rispetto. Quando l'ha diretto, ha fatto risorgere il New England College. Ora ne è un rispettato professore. Spiega le origini della letteratura nell'anno dello scandalo Lewinsky, quel periodo "tra la fine del comunismo e l'inizio della paura del terrorismo, in cui l'America si dedicò a questioni segnate dal problema del pompinismo". Una battuta su due giovani sempre assenti, una parola ambigua mal recepita dalla subdola violenza del "politically correct" imperante, e il professore viene accusato di razzismo. Un'infamia che Coleman Silk non è in alcun modo disposto ad accettare. Rassegna le dimissioni. Preso da un'ira dilagante, Coleman Silk ha forse ragioni molto più profonde per soffrire tanto. La moglie gli muore tra le braccia. È l'inizio di una nuova vita.

La nuova vita è l'amicizia con un romanziere in crisi (Gary Sinise) e soprattutto l'amore per Fauna, una donna sfortunata, fragile e fortissima al tempo stesso, incapace di compatire o essere compatita, in perenne crisi con se stessa e il proprio oscuro passato. In molti cercano di dissuadere Coleman, ma Fauna non è una donna, bensì è la donna con cui l'anziano ex può tornare a vivere. È anzi addirittura la donna, la persona, l'unica, a cui Coleman riuscirà a raccontare un passato mai condiviso con nessun altro in una vita che rischia di rimanere macchiata da un segno inespresso. Mentre l'ex marito di Fauna (Ed Harris) ossessiona la coppia, in un gioco d'intreccio fra passato e futuro, la storia si svolge. Una storia di progressiva liberzazione. Per Coleman, Fauna e l'amico romanziere, l'io narrante. È il ballo, la danza giocosa a rivelarlo, quasi paradigmaticamente, in due bellissime inquadrature sulla vetrata del salotto.
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