L’importanza di alcuni cineasti si misura sul fatto che, per parlare delle loro opere, bisogna comunque schierarsi, prendere una posizione precisa. Nel caso di quest’ultima opera di Lynch questa necessità è quanto mai imprescindibile.
Nel corso degli anni e dei film ho sviluppato una propensione verso un cinema che si può in parte identificare con quello definito “mainstream”, vocabolo che a prescindere dalle implicazioni produttive ed economiche ha per me delle valenze ben precise: un tipo di narrazione “forte”, pienamente riconoscibile; un’idea di messa in scena che ricerchi un’estetica personale all’interno di stilemi comunque chiaramente codificati. Pellicole che si muovo all’interno di questi parametri, variando ad esempio sui generi, il ritmo, le storie e le possibili scelte nella realizzazione, rappresentano ciò che maggiormente mi interessa quando si parla di cinema. Perché secondo me dietro a questo si manifesta l’esplicita propensione ad andare incontro alle esigenze ed al rispetto del pubblico. Ebbene, a mio avviso questo manc completamente in “Inland Empire”, che si presenta come un delirio totalmente autoreferenziale ed alieno da qualsiasi possibile interpretazione. L’unico appiglio possibile è forse quello di rintracciare in questo calderone mediatico rimandi della precedente, straordinaria opera di Lynch. Alcuni interni allucinati ed inquietanti ricordano le atmosfere di “Twin Peaks” (id., 1988) o “Strade Perdute” (Lost Highway, 1997), mentre la componente meta-cinematografica presente in quel minimo di storia che ho capito riprende quella presente nel più recente “Mulholland Drive” (id., 2002). Più di queste esili precisazioni però non riesco sinceramente a proporre ai lettori, perché appunto non sono riuscito ad “entrare” nell’idea di Lynch che sta dietro al film, e che a prescindere dalla mia mancanza mi sembra comunque eccessivamente presuntuosa e pretestuosa. Tre ore di non-narrazione, di sperimentazione visiva che però non h nessun appiglio con una struttura narrativa almeno soltanto identificabile. Quale è il senso di un progetto del genere, se non quello di adoperare il mezzo-cinema in maniera totalmente fine a se stessa? E dire che Lynch nel corso degli anni ci ha regalato anche lungometraggi di grande lucidità ed equilibrio, come ad esempio “The Elephant Man” (id., 1980) e “Una storia vera” (The Straight Story, 1999).
“Inland Empire” è un film incomprensibile , che troppo si avvicina allo sperimentalismo nella sua ricerca visiva capace di soffocare ogni pretesa di logicità narrativa. David Lynch ha realizzato un’opera-contenitore ardua e magari anche coraggiosa, ma che mai si confronta con la necessità di raccontare qualcosa allo spettatore medio. In questo tipo di cinema, il rispetto verso il pubblico sembra essere facoltativo…


David Lynch


martedì 13 febbraio 2007
ore 15:51