A dirigere la suadente sceneggiatura di Paul Bernbaum è stato chiamato Allen Coulter, regista che viene unanimemente considerato uno dei maggiori artefici della rinascita della serie televisive americane, avendo lavorato su prodotti come “I Soprano”, “Six Feet Under” ed ultimamente “Rome”. Il cineasta dimostra immediatamente di trovarsi pienamente a suo agio con la storia, che lascia scorrere precisa ed interessante nel suo classico meccanismo di “detection”: la messa in scena è accurata ma mai troppo invadente, e riesce quindi ad immergere l’attenzione dello spettatore dentro la vicenda. Coulter predilige una regia quasi “invisibile”, che lasci il più ampio spazio possibile alla densità della trama, allo spessore dei personaggi ed alla bravura degli attori; ad aiutarlo in questo un cast di tutto rispetto, affiatato e molto ben equilibrato nell’alternare interpretazioni più istrioniche (Adrien Brody) ad altre sorprendentemente compassate (Affleck, la Lane, Hoskins).
Una maggiore attenzione al ritmo narrativo è probabilmente ciò che avrebbe invece aiutato “Hollywoodland”: in alcuni momenti vi sono infatti delle lungaggini che non assecondano la scorrevolezza del lungometraggio, ed un montaggio più serrato avrebbe di certo risolto il problema; evidentemente la necessaria contaminazione con il melodramma, che scaturisce dalle vicende private del protagonista, ha preteso un approfondimento più esplicito sulle psicologie dei personaggi.Elegante ed insieme sobrio nella confezione, “Hollywoodland” è un film da gustare con un certo spirito retrò: un buon prodotto di genere, ideato e realizzato con la necessaria saggezza di chi sa di non puntare ad incassi stratosferici, ma di poter invece lavorare sull’intelligenza ed il buon gusto di un certo pubblico. Sotto questo punto di vista la scommessa di Coulter sembra pienamente vinta.



