Vi sono tutta una serie di cineasti che, raggiunta ormai la soglia della maturità artistica dopo decenni di immensa carriera, riesce ancora a regalare allo spettatore uno spettacolo di soave delicatezza. Uno dei maggiori esempi di lucidità in questo senso è senza dubbio il grande Alain Resnais, che con questo piccolo gioiellino dimostra di aver ormai sapientemente sposato un certo modo di fare cinema.
Seguendo lo stesso percorso che ci sembra stia intraprendendo oltre oceano un altro maestro come Robert Altman, anche il cineasta transalpino ha decisamente ristretto la portata del suo discorso, passando da opere di insostituibile importanza come ad esempio “Hiroshima Mon Amour” (id., 1959) o “Providence” (id., 1976) a lavori più “piccoli”, quasi sommessi, ma che testimoniano ancora la sua maestria e soprattutto il mai scomparso divertimento nel fare cinema.
"Cuori" (“Private Fears in Public Places”) è una pellicola di stampo chiaramente teatrale, che si muove tutta in pochissimi set costruiti apposta per rendere al meglio l’artificiosità della loro stessa natura; dentro queste “scatole” eleganti e vagamente retrò si muovono una serie di personaggi accomunati dalla stessa inconscia insoddisfazione per la vita, che viene poi esplicitamente espressa attraverso varie manifestazioni: c’è ad esempio la coppia che ormai non riesce più a trovare motivazioni nello stare insieme – Lambert Wilson e la nostra Laura Morante -, c’è l’uomo ormai anziano desideroso si ritrovare gli stimoli sentimentali ed erotici di una gioventù passata – un impagabile André Dussolier – o chi trova nella religione un po’ bigotta la forza per superare le proprie tentazioni – la sempre deliziosa Sabine Azema.
In una Parigi che all’esterno concede soltanto strade innevate, queste figure si muovono ed interagiscono a formare un mosaico di perfetto equilibrio tra tenerezza e poesia. Il film è in tutto è per tutto un prodotto tipico di un certo tipo di cinema francese, che da decenni poggia sulla forza dei dialoghi e l’interpretazione degli attori la sua forza di presa sul pubblico. Chi non apprezza questo modo di intendere la “Settima Arte” probabilmente non riuscirà ad entrare nel gioco che Resnais ci propone con sincerità fin dall’inizio; ma se ci si lascia trasportare in questo piccolo universo posticcio e candidamente venato di malinconia, l’adesione e l’ammirazione per la pellicola non tarderanno ad arrivare.
Forse più che nel recente passato Alain Resnais ha dimostrato di saper ancora fornire ai suoi lavori quel tocco di leggerezza ed incanto di inimitabile fattura.





