Dopo “In the mood for love” Wong Kar Wai torna a raccontarci gli anni ’60 di Hong Kong attraverso gli occhi e soprattutto le emozioni di uno scrittore.
2046
Dopo “In the mood for love” Wong Kar Wai torna a raccontarci gli anni ’60 di Hong Kong attraverso gli occhi e soprattutto le emozioni di uno scrittore.
Di Wong Kar Wai; con Tony Leung, Zhang Ziyi, Gong Li, Maggie Cheung.
Difficile, se non impossibile, raccontare la trama di quest’ultimo, travagliatissimo lavoro di Wong Kar Wai. Meglio lasciar perdere, e partire invece da quello che è più importante, dalla fascinazione pressoché assoluta con cui il regista riesce nuovamente ad irretire lo spettatore. Dopo “In the mood for love” (id., 2000) l’autore torna a raccontarci gli anni ’60 di Hong Kong attraverso gli occhi e soprattutto le emozioni dello scrittore Wong – il sempre magnetico Tony Leung -, ma come al solito questa non-storia si esplicita non grazie ad una struttura narrativa logicamente consequenziale, ma attraverso una messa in scena che si fa veicolo profondo e prezioso di una continuità emotiva, che è poi il principio fondante di tutto il cinema di Wong Kar Wai, da “Days of being wild” (id., 1991) a “Hapy together” (id., 1997), da “Hong Kong express” (id., 1994) a tutti gli altri suoi capolavori. Anche questa volta il melodramma non nasce da un racconto, ma da un’atmosfera, creata da un sovrapporsi (sovraccaricarsi) di immagini, suoni, colori. In un certo senso “2046” è il risultato finale di tutti gli esperimenti estetici tentati in precedenza dal cineasta, e perciò si rivela ben presto quale “opera summa”, film-limite che racchiude in sé ed elabora ulteriormente quanto ci è stato proposto in precedenza; come tutti i lungometraggi che vogliono porsi come manifesto, l’operazione rischia di condurre all’eccesso: bisogna ammettere che le due ore e un quarto pdi durata sono forse un tempo eccessivo per consentire allo spettatore di entrare sempre in un’opera fatta soltanto di atmosfera, di accenni; non tutte le storie che si presentano posseggono la stessa intensità, seppur incorniciate in una messa in scena assolutamente straordinaria. Rimane però la definitiva bellezza del film intero, la sua vicinanza a quella che oseremmo definire una sinfonia visiva di stordente eleganza. Alcune lentezze di fondo, qualche momentanea caduta di tono, vengono perciò “mascherate” da una visione/cinema che è motivo fondante del film stesso. Dalla fotografia di Christopher Doyle, sempre accesa di un cromatismo folgorante (vedi anche “Hero”) alle musiche, alla scenografia: tutto si elabora in un mosaico che partecipa a livello emozionale, sensoriale, a ciò che accade sulla scena; e quello che accade poi è una nuova forma di sublimazione del sentimento, che adesso Wong Kar Wai ci regala anche grazie ad una sensualità più corposa e coinvolgente rispetto a “In the mood for love”, in cui i protagonisti si sublimavano nel loro essere trattenuti. In questo succedersi di volti, corpi e costumi, oltre al già citato Tony Leung, spicca finalmente una bellissima e struggente Zhang Ziyi, capace finalmente di mostrarsi vera attrice oltre che musa ispiratrice.
“2046” possiede dunque tutti i notevoli pregi ed i pochi difetti di un film che vuole riassumere in sé tutta una poetica: visivamente perfetto, il lungometraggio straborda nel voler essere “tutto”. Poco importa, perché di fronte a un tale spettacolo molto deve essere perdonato.
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