"Tutta la conoscenza del mondo": un film che parla della ricerca, della necessita di porsi delle domande e degli eventi della vita che scatenano la riflessione.
"Tutta la conoscenza del mondo": un film che parla della ricerca, della necessità di porsi delle domande e degli eventi della vita che scatenano la riflessione.
Eros e la conoscenza
"Tutta la conoscenza del mondo": un film che parla della ricerca, della necessità di porsi delle domande e degli eventi della vita che scatenano la riflessione.
Sei il più giovane dei nostri quest’anno a Berlino. Perché è stato scelto il tuo film? Te l’aspettavi?
E.P. “No, assolutamente. Sono molto cauto con i desideri, per questo non mi procuro aspettative. Sono contento, è normale, poi questo è un film che ha bisogno del circuito dei festival, di un po’ di cura nel momento in cui è proposto. E’ nato come produzione super-indipendente, anche se in un secondo momento sono subentrate Rai e Tele+”.
Vuoi dire che non è un prodotto da grande pubblico?
E.P. “No, il contrario. Il grande pubblico è vergine, per questo molto più ricettivo rispetto ai filtri che ti permettono di arrivarci, che sono di estrazione ‘cinematografica’.La gente ha un rapporto più semplice con l’intrattenimento, c’è un’innocenza e uno stare fuori dai circuiti che la rende spettatrice e ascoltatrice di una storia. Che è quello che voglio fare. Raccontare storie o favole, se vuoi, che divertono e fanno pensare, che danno e prendono insieme. Ho lavorato con profonda etica a questo film, sentendo la responsabilità di quello che facevo di più che negli altri lavori. Prima avevo un approccio un po’ più annoiato”.
Il cinema italiano sta rinascendo?
E.P. “Credo nei singoli casi. Ora c’è movimento, e non so quanto questo derivi da un’entità consapevole di se stessa. Sono fatti talmente complicati che si può solo dedurli e studiarli a posteriori”.
Parliamo del film. Com’è nata l’idea? Dal titolo sembra una cosa un po’ mistica.
E.P. “Le modalità del racconto attingono molto ad un tipo di pensiero religioso nel senso più comprensivo del termine, dei buddisti o dei cristiani veri. Il film parla della ricerca, della necessità di porsi delle domande e degli eventi della vita che ti portano a fartele, parla della distrazione del vivere quotidiano e del rischio di arrivare alla fine senza essersele mai fatte. Sapendo che per la mente umana è quasi impossibile arrivare alla verità assoluta. Per questo ho voluto che una donna fosse la protagonista. Le donne ricercano di più, non si fermano al primo strato, scavano. Era la prima volta che mi confrontavo così a fondo con la mente femminile, anche se, dovendo scegliere, preferisco parlare con tre donne piuttosto che con tre uomini. Amo le conversazioni femminili, mi incuriosiscono le loro debolezze ma per capire bene i processi mentali ho scritto la sceneggiatura con una donna. Con Giovanna dovevo fare un film che si chiamava “I”. Poi ho accantonato il progetto e ho cominciato a scrivere su di lei il personaggio femminile . Non avrebbe potuto farlo nessun’altra”.
Hai abbandonato le dimensioni oniriche? Alice si è svegliata dal sogno? Sei sceso sulla terra? Comunque sembri romanticamente attaccato al cinema di un certo genere, melò, fantasy, horror.
E.P. “Per me il cinema è uno strumento. Non mi riconosco molto nella visione corrente della vita. Rispondo ad un impulso, che poi è quello della realtà specchiata. Mi sembra più reale una fantasia. Il realismo è l’intimità umana, raccontare la verità, il modo non è importante. “Miracolo a Milano “ di Vittorio de Sica è considerato un film neorealsita, ma è popolato di streghe, di fate, gente varia che vola sulle scope. Credo e spero che farò film tra loro molto diversi, non mi sento di dire che ho abbandonato qualcosa perché ci potrei sempre tornare sopra. C’è un cammino dietro, che utilizza strumentalmente quello che ha intorno, non è stilismo. Se il deforme o il grottesco mi torneranno utili per raccontare qualcosa non penserò di tornare indietro a un gusto “prima maniera”. La contraddizione nasce dal principio insito nella natura umana di causa-effetto, per questo la deformità sembra irreale, ma è un punto di vista. La percezione delle cose è una pellicola più o meno sottile, una lente più o meno deviante, bisogna scoprire cosa c’è dietro”.
La musica ha un ruolo rilevante nelle tue regie, quasi un ipertesto.
E.P. “Perché è l’unica cosa che possiede la stessa alchimia della regia cinematografica. Sono vasi comunicanti. In “Tutta la conoscenza del mondo” ho giocato con i generi, ho evocato, ho citato con molta leggerezza in realtà. Ho utilizzato delle strutture e dei linguaggi che non c’entrano molto con la nostra tradizione né con quella europea. Hitchcock fa capolino, ho utilizzato la musica per orchestra, montavo con Bernard Herrmann nelle orecchie, note anni 50-60, un po’ Doris Day in chiave tragico-patetica, un connubio bello e strano nello stesso tempo. Poi sono andato a vedere “Le verità nascoste” e ho pensato, ma guarda un po’ come stanno tornando le atmosfere musicali degli anni ’50”.
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