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Film

In un'enorme casa di vetro si svolge un thriller sulla dicotomia opacità/trasparenza.

Prigione di vetro

In un'enorme casa di vetro si svolge un thriller sulla dicotomia opacità/trasparenza.

Regia: Daniel Sackheim
Con: Leelee Sobieski, Diane Lane, Stellan Skarsgard
Distribuzione: Columbia Tristar

La spensierata quotidianità dell’adolescente Ruby prosegue tra innocenti bugie e normali istinti ribelli tipici della sua età, finché un pauroso incidente stradale causa la morte dei suoi genitori.
Come da testamento, lei e il fratello minore Rhett vengono affidati ai coniugi Glass che, tanto per tener fede al proprio cognome, abitano in una modernissima magione di vetro incastonata tra le colline di Malibù.
L’apparente cortesia con la quale Terry e Erin Glass svolgono il loro compito di garanti sembra nascondere allarmanti ambiguità che insospettiscono Ruby la quale, già turbata dalla scomparsa dei genitori, si sente vittima di una palpabile oppressione dai risvolti morbosi che la spingono a nutrire dei dubbi sugli effettivi scopi dei benestanti tutori. Una serie di sorprendenti scoperte produce un intenso clima di ostilità che guasta giorno dopo giorno l’armonia artefatta della neo-famiglia.
Ma ciò che poteva sembrare solo il frutto dell’immaginazione distorta di una teenager scontrosa acquista di dettaglio in dettaglio i preoccupanti contorni di un complotto accuratamente predisposto per impossessarsi degli introiti ereditati dai due orfani.
L’intraprendenza e la furbizia dell’ostinata Ruby comincia a sbrogliare la confusa matassa, grazie anche alla debacle psicofisica dei due viscidi dirimpettai la cui saldezza di nervi si avvia allo sgretolamento.
La mente appannata dalla droga e la minaccia di un paio di impazienti strozzini concorrono a serrare la loro subdola cupidigia in un beffardo cerchio di morte.

Il Commento
La succulenta ambizione di giocare le carte del genere thriller sulla dicotomia opacità/trasparenza, utilizzando il metaforico spazio diafano che ospita le sinistre degenerazioni della coppia criminale, si avvale di una sceneggiatura ampiamente, forse volutamente, convenzionale che si affretta ad assegnare ad ogni personaggio la propria funzione, incastonando le loro azioni sotto una cappa di oppressione ed ambiguità, che rimane invariata senza che una sfumatura di luce o uno scoppiettio di ombre contribuiscano ad innescare un sussulto.
E’ davvero interessante lo squilibrio fornito dalla traiettoria dello sguardo della giovane protagonista. La fondatezza dei suoi sospetti rimbalza sulla superficie trasparente che si frappone tra lei e la verità, o meglio della “prova”. Ecco perché il regista indugia sull’opposizione realtà-immaginazione: ogni congettura di Ruby non è mai accompagnata dalla certezza assoluta, né ai suoi occhi né a quelli dei suoi possibili salvatori, come l’avvocato o l’assistente sociale. Ciò che lei sospetta è anche ciò che lei guarda, ma tra i suoi occhi e l’oggetto del suo guardare si intromette metaforicamente la struttura distorcente del vetro, una lente che alimenta l’illusione di poter vedere e quindi sapere e di conseguenza provare tutto, senza però riuscire in modo tangibile a vedere-sapere-provare un bel niente. I tentativi di accertamento di Ruby trovano sempre un ostacolo nello spigoloso spazio domestico così come nella sua indagine. Ciò permette alla regia di giocare con la suspance, che non è tesa alla scoperta di un colpevole (di per sé gia smascherato durante il prologo) ma consiste nel perpetuare questo movimento blandamente paranoico fatto di inceppamenti e rilasciamenti sulla soglia dell’informazione palese o, per rimanere nel campo metaforico, dell’incrinatura fatale del vetro, allo stesso tempo fragile e resistente, sempre sul punto di infrangersi ma lungamente protetto dalla sua solidità.

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