Le 12 nomination per ”Che ne sarà di noi” devono far riflettere un po’ tutti. Della morte incombente sul cinema italiano si è parlato fin troppo e la noia dei critici è giustamente pari a quella degli apologeti. Ma come fare a non insistere oggi?
Che ne sarà del cinema italiano?
Le 12 nomination ai David di Donatello per il film ”Che ne sarà di noi” devono far riflettere un po’ tutti. Della morte incombente sul cinema italiano si è parlato fin troppo e la noia dei critici è giustamente pari a quella degli apologeti. Ma come fare a non insistere oggi?
Certo, è difficile lamentarsi, poi. Della morte incombente sul cinema italiano si è parlato fin troppo e la noia dei critici è giustamente pari a quella degli apologeti. Ma come fare a non insistere oggi? Questo ’film’ che non è un film ma piuttosto un filmino, una recita di classe, una ripresa adatta a festeggiare i cento giorni, questo ’film’ candidato come miglior film dell’anno?! Accanto a Bellocchio, Giordana, Castellitto e Salvatores?! Ci dev’essere un errore. O la vergogna è venuta a mancare?
Ma dove trovare il coraggio per nominare come migliore sceneggiatura quella di un ’film’ pensato per un pubblico di tredicenni, apprezzato nelle sale con la stessa fragorosa impotenza che si conviene ai natalizi ”Vacanze…” in India o sul Nilo, fatto di battute ripetute all’esasperazione, in cui il testo semplicemente non esiste? E come nominare accanto a Penelope Cruz e Maya Sansa, come migliore attrice protagonista, Violante Placido, ragazza bloccata su una corda unica e alleggerita soltanto dall'ottima interpretazione di una voce spermatica? E come nominare accanto a Castellitto e Lo Cascio, come attore protagonista, un ragazzetto che recita se stesso e la cui unica battuta degna riguarda la sua zeppola da quattordicenne che più che zeppola pare un serio problema da logopedista?
Ma dove vuole andare a morire il cinema italiano? Migliore fotografia per un ’film’ in gran parte girato a Santorini, dove la spiaggia più bella è meno attraente di un anfratto di Focene e la luce più densa è simile a quella leggera di un bordo piscina da film porno. Migliore scenografo e miglior costumista per un ’film’ in cui scenografie e costumi semplicemente non hanno senso alcuno. Come è possibile? Il cinema italiano, il resto del cinema, non se ne sente offeso?
In un ’film’ in cui la parte più divertente è quella di un’affittacamere greca che parla l’italiano straniero tipico di una slava o, al limite, di una polacca, come è possibile trovare segni che permettano qualche nomination? No. Si rischia di esagerare tanto è lo sdegno. Nominare Elio Germano come miglior attore non protagonista è giusto. La sua bravura è evidente e lo rende capace a tratti di far dimenticare il nulla che si trova a dover recitare. Anche se la ripetitività di un cagnolino che lo segue esaspera pure il suo personaggio e il dente dipinto di nero per fingerne la caduta dopo i calci di turisti che dovrebbero essere hooligan suscita un ribrezzo che riesce solo a far dimenticare la noia.
Ma che ne sarà allora di questo cinema italiano? Come potrebbe rinascere? E dove dovrebbe andare a trionfare, se è disposto a coprirsi così benevolmente di ridicolo? Ballerine, tette e scoregge – questo il refrain di una televisione che ha saputo rieducare un intero popolo. Astuti produttori non se lo sono lasciato spiegare e giustamente cavalcano l’onda. Ma se si vuole premiarli, perché allora non candidare Neri Parenti, De Sica, Boldi e i loro film? Un po’ di sincerità non guasterebbe. In fondo, una mezza risata sguaiata è sempre meglio di un’ora e mezzo di nulla, noia e studenti da maturità che pare abbiano ripetuto almeno quattro anni la stessa classe.
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