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De Oliveira ci dà una rappresentazione dell’arte della retorica e del dramma della vecchiaia.
"Parole e utopia"
"Parole e utopia"
La trama
Nel 1963 Padre Antonio Vieira è convocato a Coimbra per comparire di fronte al Tribunale del Santo Ufficio: l’Inquisizione. Nonostante la sua amicizia con lo scomparso re D. Joao IV, la sua posizione di celebre e temuto predicatore gesuita è minacciata da intrighi di corte. Davanti ai giudici, Padre Vieira ripercorre il suo passato, dalla giovinezza, al noviziato, all’impegno per la causa degli indios, ai primi successi sul pulpito.
Il commento
Una sfinente e dilatatissima rappresentazione dell’arte della retorica e del dramma della vecchiaia, sorretta dall’incredibile prova attoriale e di resistenza di Luis Miguel Cintra nella parte di Padre Vieira.
Per la complessità e la particolarità delle scelte esplorate, è molto difficile commentare il lavoro di Manoel De Oliveira, uno dei massimi esponenti della cinematografia portoghese nato nel 1908 e il cui primo film risale al 1928 (“Douro, faina fluvial”). E’ evidente che la vita del gesuita Vieira (già citato da De Oliveira nel documentario del 1982 “Lisboa Cultural” e uno dei cui sermoni era alla base di “Non, ou a va gloria de mandar”, 1990) sta molto a cuore al regista di Oporto, che mette in scena il rapporto forte e autentico fra le parole (sermoni e lettere) del religioso e la vita del personaggio storico.
Grazie ad un’ambientazione che è piena di precisi riferimenti storici ma che non ha mai la volontà di ricostruire il passato con l’accuratezza e la spettacolarità dei film in costume, De Oliveira vuole raggiungere una sintesi cinematografica asciutta, essenziale e originale. Con le stesse parole del regista, "Parole e Utopia" "non è un film documentario, né storico, né didattico o biografico, nonostante segua un ordine cronologico. E’ piuttosto una finzione con tutte le premesse che essa può permettere. Senza perdere la precisione storica. Potrà avere il suo lato didattico nella misura in cui la finzione si afferma attraverso l’autenticità dei documenti che l’hanno orientata senza allontanarsi più di quanto il rigore consentirebbe”.
Da queste parole, che ben rappresentano lo spirito del film, è chiaro come l’operazione di De Oliveira sia un enorme, arduo lavoro di trasformazione della parola in cinema, senza snaturarla o comprometterla, e attraverso questa operazione si proponga di raccontare la vita di un uomo. Per raggiungere questo obiettivo il regista sceglie un difficoltoso e statico (ma quasi inevitabile, data la missione del film) impianto semi teatrale: lunghissimi e immobili piani sequenza sul “corpo parlante” di Padre Vieira, incarnato con una professionalità instancabile da un Luis Miguel Cintra che si produce nei vastissimi e complessi ragionamenti del gesuita, in alcune occasioni (durante le scene ambientate a Roma presso il papato) anche in italiano.
L’utopia di Vieira è quella di riuscire a raggiungere una libertà e un’autonomia particolare dal potere della chiesa (pur rimanendo al suo interno) grazie alla forza procuratagli dalla sua abilità oratoria. L’utopia di De Oliveira è quella di mettere in scena un cinema generato quasi esclusivamente da un corpo di attore e dalle parole che recita.
Quello che ne viene fuori è una sfinente e dilatatissima rappresentazione dell’arte della retorica, dell’emancipazione personale e del dramma della vecchiaia, in cui lo spettatore medio, poco avvezzo a certi esercizi intellettuali, si perde senza speranza annaspando nelle difficoltà di visione di un cinema che, comunque, vuole programmaticamente essere per pochissimi.
- FILM DRAMMATICO |
- PAROLA E UTOPIA |
- CINEMA INTERNAZONALE |
- ANTONIO VIEIRA |
- ARTE DELLA RETORICA
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