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Donne rapite che scoprono la tenerezza del torturatore, casalinghe insoddisfatte, uomini violenti, uomini fragili, travestiti, transessuali, omosessuali, ninfomani, impotenti…

Il cinema di Pedro

Il cinema di Pedro

Donne rapite che scoprono la tenerezza del torturatore, casalinghe insoddisfatte, uomini violenti, uomini fragili, travestiti, transessuali, omosessuali, ninfomani, impotenti… Poliziotti, soubrette, star del porno, suore non propriamente illibate, artisti falliti, tradimenti, vendette, miseria, sadomasochismo, bar, strade, gambe, telefoni, gazpacho… Il mondo di Pedro Almodovar è un rutilante srotolarsi di immagini indimenticabili. Con stile postmoderno, l’inquieta rincorsa della libertà nella ‘movida’ post-franchiusta si intreccia in graffiante ironia, punte di melodramma e tocchi leggeri ma potenti su problemi sociali, tra cui spicca la condizione della donna. Ormai acclamato regista simbolo della rinascita culturale spagnola, Almodovar è un madrileno d’adozione, che ha saputo guardare alla capitale con gli occhi puri della provincia. “La mia vita e i miei film sono legati a Madrid come due facce della stessa medaglia. Perché Madrid non è solo lussuria e divertimento, ma anche periferia, inquinamento, miseria - e la sua grandezza è anche nella sua imperfezione”. Nato nel 1951 in un piccolo paese della Spagna centrale e cresciuto in Extremadura, frequenta scuole cattoliche dove – racconta – “i sacerdoti tentavano di plasmare la mia anima, deformandola con religiosa tenacia. Fortunatamente, poco più in là c’era un cinema dove mi riconciliavo col mondo, il mio mondo”. A sedici anni, solo e senza soldi, si trasferisce a Madrid. Qualche lavoro saltuario, poi un posto nella compagnia Telefonica che gli consente di comprare la sua prima Super 8 e, soprattutto, di conoscere quella classe sociale che avrebbe poi descritto nei suoi film. Negli anni ‘70, con storie, fumetti, fotoromanzi porno, una punk-glam-rock band e i primi cortometraggi comincia a farsi conoscere come esponente della ‘contro-cultura’ madrilena. Il film che ne conferma il talento è Pepi, Luci, Bon e le altre ragazze del mucchio (‘80) che diventa in Spagna un cult-movie, in cui l’esuberanza di Almodovar è incontenibile. I toni surreali di Labirinto di Passioni (‘82) si alternano a una lacerante presa in giro del perbenismo bigotto in L’indiscreto fascino del peccato (‘83) dove compaiono suore lesbiche, masochiste e drogate. Il senso del grottesco e le sfumature da melodramma di Che ho fatto io per meritare questo (‘84) portano poi Almodovar sulla ribalta internazionale, dove troverà la definitiva consacrazione con Donne sull’orlo di una crisi di nervi (‘87): l’armonia di trovate esilaranti ed eccessi porta una Nomination. Seguono Legami (‘89), in cui forme più classiche raccontano un romantico melodramma sadomasochistico, Tacchi a spillo (‘90) e Kika (‘93) dove spuntano eccessi manieristici. Ma Almodovar non ha esaurito la propria vena. Il fiore del mio segreto (‘95) è un capolavoro di indagine psicologica, mentre Carne Tremula (‘87) mostra bene quanta strada abbia fatto l’ironica descrizione delle pulsioni umane. Tutto su mia madre (‘99), infine, è un successo senza precedenti. L’Oscar premia quella che è un po’ una summa dei lavori precedenti priva dei loro eccessi, e che sembra aver conquistato anche i più tenaci detrattori.
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