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Oliver Stone è prima di tutto un “filmaker”, un’artigiano che utilizza tutte le potenzialità che la tecnica e il mezzo stesso gli concedono, manipolandole, inventando nuovi stili, spiazzando.

OLIVER STONE: IL FILMAKER

Oliver Stone è prima di tutto un “filmaker”, un’artigiano che utilizza tutte le potenzialità che la tecnica e il mezzo stesso gli concedono, manipolandole, inventando nuovi stili, spiazzando.

Sì, perché Oliver Stone è prima di tutto un “filmaker”, un’artigiano che utilizza tutte le potenzialità che la tecnica e il mezzo stesso gli concedono, manipolandole, inventando nuovi stili, spiazzando. Un autore controverso che riceve critiche accese nell’entusiasmo come nella stroncatura, un regista comunque di grande sucesso popolare .
E’ un talento raro quello di Stone: saper coniugare virtuosismi tecnici e successo di pubblico. Un talento che origina dalla capacità di manipolare il materiale visivo, oltreché le storie (sempre importanti, drammatiche, quasi epiche) e soprattutto dall’utilizzo che lui fa del “mezzo” cinema: un supporto per intrattenere, per far pensare, per emozionare, per smuovere i sentimenti della gente. Forse oggi soltanto pochi altri registi quali Spielberg e Scorsese hanno la capacità di narrare storie per il cinema con lo stesso sorprendente talento con cui lo fa Oliver Stone. Il suo marchio di fabbrica (l’utilizzo misto di cinema, documentario -vero e ricostruito- super8 e televisione, il mischiare bianco e nero e colore, l’incredibile numero di inquadrtaure delle sue pellicole, il montaggio serrato) sono quanto di più moderno si possa trovare nel panorama cinematografico odierno, quanto di più simile ci sia ai video patinati ed ipercinetici di MTV, che poi sono una delle poche forme di comunicazioni “universali”, cioè fruite dal Polo all’Equatore.
Nei film di Stone, soprattutto nei suoi titoli più recenti (“Assassini nati” e “Ogni maledetta domenica”) il tecnicismo non è mai fine a se stesso: serve per produrre nello spettatore un sommovimento interiore, oseremmo dire viscerale, che è poi quello che al cinema d’oggi più manca.
Ed è per questa “violenza visiva” che Stone è amato/odiato. I critici più snob (e più miopi) lo considerano cibo per palati poco raffinati, affamati di immagini-formato Tv, mentre nessuno si sofferma mai su quanto in questi casi il mezzo sia “usato” nel senso più proprio del termine, per comunicare.
Pensiamo alla metamorfosi subita da un raffinato attore quale Anthony Hopkins per interpretare un più “grossolano” (cioè piccolo-borghese) presidente Nixon nel film omonimo. Pensiamo alle sfumature che Stone è riuscito a dare a una figura così scomoda nella storia contemporanea statunitense, a quale dramma interiore ha messo in scena quando Nixon afferma (guardando una foto di Kennedy): “Quando guardano lui vedono come vorrebbero essere, quando guardano me vedono come sono...”.
Certo Stone non è alieno da prese di posizioni politiche, e ogni suo film ce le rimanda fortemente. Sono posizioni di critica e di riflessione sul presente e sugli ultimi vent’anni di storia americana. Forse più di ogni altra cosa Stone è solo un regista di talento. Il fatto che ogni suo film sia seguito da controversie non fa che confermarcelo, compreso l’ultimo “Ogni maledetta domenica”, per cui la National Football League ha rifiutato l’uso di nomi e divise di squadre esistenti, costringendo così il regista a inventarne di nuove.
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