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Interviste

Il 2 febbraio esce in Italia l'attesissimo film del regista romano, "L'ultimo bacio". L'abbiamo incontrato in fase di post-produzione, mentre ritoccava la colonna audio del film.

Intervista a Gabriele Muccino

Intervista a Gabriele Muccino

Gabriele Muccino, è relegato da giorni e giorni in uno studio di mixaggio.
Lo troviamo davanti ad un grande monitor con le cuffie in testa, immerso nell’ultima fase di post-produzione del film: il mixaggio della colonna audio. Si distoglie volentieri da lavoro: gentile e disponibile rinuncia alla sua pausa pranzo pur di rilasciarci un’intervista. Ci sono da terminare ancora tante piccole cose: ma la sua terza fatica, “L’ultimo bacio”, di cui è regista e autore, già si preannuncia un successo. Il film racconta la paura di crescere di un gruppo di trentenni, del desiderio di non invecchiare e di fare ritorno a quella che è l’età più bella e viva: la giovinezza.
Dopo il successo di “Ecco fatto” e “Come te nessuno mai”, i suoi primi due film, Muccino, con i piedi ancora ben piantati a terra, ci conduce in un viaggio nelle viscere del cinema che ama e ha amato, che lo ha “nutrito” e lo ha spinto a raccontare storie che lo emozionano.

Com’è nata l’idea di fare questo film?

G.M. “Dall’idea di raccontare una sofferenza che respiravo intorno a me. Quell’inquietudine che logora chi non ha più vent’anni, ma desidera tornare indietro. Quell’agitazione che deriva dal matrimonio e dal futuro, che ti conduce ad uno stato confusionale nel quale si commettono errori banali e patetici, mossi anche dalle nevrosi che ci caratterizzano singolarmente”.

Quanto ti diverte fare un film e qual è la fase che ti piace di più?

G.M. “La fase in cui sono più rilassato e che più mi diverte è quando giro, anche se fisicamente mi distrugge e dormo poco. Ma adoro mandare avanti quell’enorme giostra che è il set, animata da giochi e bambini. Invece la parte che più mi frustra è l’inizio del montaggio, butterei via tutto, anche se poi l’anima del film, che ti sembrava persa, lentamente ritorna e si ridefinisce... e ti innamori di nuovo della tua piccola creazione”.

Molti registi si ispirano o prendono spunto da altri autori. Tu hai mai copiato?

G.M. “Più che un copiare, è un modo di riferirsi a tutto ciò che mi ha nutrito. Ho metabolizzato il cinema che ho amato, alle volte anche in maniera morbosa, e l’ho tradotto nella mia esperienza. Sono uno spettatore incantato, per cui “copio” da chi mi trasmette emozioni, che sono la vera anima del cinema e dell’arte”.

Dividiamo il cinema in due epoche: prima degli anni ‘70 e dai ’70 ad oggi. Scegli un film per ognuna delle due epoche.

G.M. “Difficile, c’è tanta roba sia di qua sia di là. Senza riflettere direi “8 e ½” di Federico Fellini, ma anche “2001: Odissea nello spazio” di Kubrick di là, e “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola di qua”.

Se potessi reincarnarti nel corpo di un’attrice o di un attore chi sceglieresti?

G.M. “Sull’attrice non ho dubbi... Angelina Jolie! Per quanto riguarda l’attore, non vorrei sembrare banale, ma... Brad Pitt”.

Scegli i tuoi attori dai provini e dal loro modo di recitare, o dai più importanza a una faccia, a un gesto, a una frase?

G.M. “Dai provini! Ne faccio anche trenta, come per mio fratello Silvio per “Come te nessuno mai”. La tecnica e il talento sono fondamentali, anche se, ad esempio, Accorsi, Mezzogiorno e Sandrelli li volevo e basta; con loro ho fatto molte letture a casa. Mentre Santamaria e Pasotti sono un costola di me, non potrei mai rinunciare a loro”.

Un tabellone tennistico, siamo ai quarti di finale, chi passa il turno fra Fellini-Bertolucci, Coen-Kusturica, Stone-Besson e Spielberg-Kubrick?

G.M. “Senza dubbio Fellini, poi Kusturica al v° set, Oliver Stone facile su Besson e l’ultimo quarto alla pari, Spielberg e Kubrick sono due mostri sacri”.

Dài spazio all’improvvisazione degli attori e del regista durante le riprese?

G.M. “No. Il grosso del lavoro lo faccio sulla sceneggiatura e mentre provo con gli attori a casa. Quando giro divento un operaio, seguo le intuizioni, ma l’improvvisazione degli attori la bandisco, quasi mi terrorizza, perderei completamente il controllo di quello che sto facendo”.

Preferisci Parigi o New York?

G.M. “Parigi. Anche se dovrò abituarmi a New York visto che dovrò andarci a vivere per girare il mio prossimo film con la Miramax. Probabilmente un remake di un piccolo film francese di Klapisch “Ognuno cerca il suo gatto”.

Hai mai sognato di fare l’assistente a un grande regista?

G.M. “Non solo a uno. I più ricorrenti sono sempre stati Fellini e Oliver Stone”.

Perché tra i giovani (soprattutto di Roma) Muccino è diventato un mito?

G.M. “Forse perché ho saputo raccontarli, ho avuto il coraggio di narrare la vulnerabilità, le debolezze e la fragilità di questa generazione. Ma più che di un mito parlerei di una ‘divertita simpatia’”.

Il più brutto film che ti viene in mente in cinque secondi?

G.M. “Lost Souls”... ignobile!”

Fine del viaggio, del tempo e dello spazio. Muccino si alza, mi stringe la mano e si allontana. Io rimango solo su una poltrona, nell’enorme studio di mixaggio. Mi accorgo di essermi dimenticato una domanda. Mi giro e Gabriele è rapidamente ritornato davanti a un monitor con le cuffie in testa. Capisce che gli voglio chiedere qualcosa e si toglie le cuffie.

Una frase su “L’ultimo bacio” che non hai ancora detto a nessuno.

G.M. “E’ un film importante. Non l’ho ancora detto a nessuno per pudore, ma è un film importante, sia per me sia per il pubblico. Almeno me lo auguro”.

Ora l’intervista è completa.
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