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Interviste

La morte e il dolore visti da un nuovo e più maturo Nanni Moretti.

Moretti Show

Moretti Show

Un tiepido applauso, discreto, non ancora convinto, segue i titoli di coda dell’ultimo film di Nanni Moretti “La stanza del figlio”. L’intera flotta di giornalisti, dopo due ore di tensione, si è poi rilassata con un aperitivo e due chiacchiere tra colleghi. Intanto la sala del Sacher (il cinema di Moretti) si preparava ad accogliere regista, interpreti e sceneggiatrici del film. Sette sedie venivano disposte su di un palco, davanti alla platea di giornalisti incuriositi dal ‘nuovo’ personaggio di Nanni e ansiosi di trovare significati nascosti, sottintesi e involontari.

IL RACCONTO DI NANNI
Moretti è pronto, noi anche. Come in tutte le conferenze stampa attendiamo la prima domanda. Invece, contro le previsioni, Moretti prende il microfono e comincia a parlare: “Io penso a questo film da molto tempo, in parte l’avevo già accennato tre anni fa. Pensavo di raccontare la professione e la vita di un psicoanalista con grande serietà, senza le volgarizzazioni e le spettacolarizzazioni usate nel cinema nei confronti di questo personaggio. E poi ho voluto raccontare come il dolore può dividere le persone che si vogliono bene. E’ retorico dire che il dolore unisce e rende solidali. Dopo “Caro diario” avevo scritto questo soggetto e mi apprestavo a cercare gli sceneggiatori. Poi in quei mesi stava per nascere il mio bambino e non riuscivo proprio a mettere in piedi una storia in cui si parlava della morte di un figlio e della sofferenza dei suoi familiari. Così ho cominciato a girare “Aprile” e tutto è slittato. Alla fine del film ho ripreso in mano “La stanza del figlio” e ho iniziato ad avvicinarmi al mio personaggio. Così sono iniziate le riprese, più lunghe del previsto. Nella seconda parte del film, quella dell’ospedale sono entrato, indissolubilmente, dentro al dolore di Giovanni. Cosa che non mi era successa, per esempio, nella terza parte di “Cario Diario”, in cui mi sono preoccupato di raccontare il mio tumore, mentre parlavo con l’operatore di macchina, con lo scenografo, con i collaboratori e i tecnici. Invece in questo film, specialmente nella sequenza della camera ardente, quando chiudono la bara di mio figlio, mi sono soffermato, stavo lì, ero completamente presente insieme a tutti gli altri attori. Ho evitato le scorciatoie che nel cinema vengono utilizzate quando ci si trova di fronte alla morte. Ho evitato le scene di pianto in cui la gente urla frasi di disperazione oppure il grottesco, quando, di fronte alla bara, la gente litiga e si rinfaccia le colpe di una vita, oppure, come nel film “Pranzo di Natale”, quando non solo squillano i telefonini tutt’intorno ma anche quello dentro la bara. Insomma, ho cercato di affrontare la morte in un altro modo”. Moretti continua a parlare del suo film, racconta le lunghe fasi del montaggio e le sequenze che sono state più volte rifatte. Poi si interrompe di colpo e dice: “A proposito, ho letto che Stefano Accorsi si è lamentato perché gli ho fatto girare quaranta volte un scena. Non è vero, sono andato a controllare sul bollettino, sono state 14!”. Risatine di fondo.

LE DOMANDE DEI GIORNALISTI
Ora Moretti è a disposizione della platea e, come previsto, le domande non tardano ad arrivare. La prima di Fabio Ferzetti del ‘Messaggero’: “Scusa, posso farti una domanda cretina? Tu che hai fatto tanta pallanuoto, hai mai fatto il subacqueo?”. Risposta negativa, ma Ferzetti non si arrende e incalza: “Neanche al mare, maschera, pinne, apnea, niente?”. Moretti scuote la testa...che dire? Il microfono passa alla fila davanti: “Tu dici di non essere credente, ma secondo te, la vita è più caso o destino?”. Risposta: “La vita è più caso o destino...con questa domanda...ti stai avvicinando a chi sai tu”. Il giornalista in tono sommesso: “Scusa”. Rompiamo l’imbarazzo avrà pensato un’altra giornalista: “Come intendi la paternità?”. E un’altra ancora, pensando che la domanda di prima fosse estremamente intelligente: “Perché la figlia decide di far fare una messa in commemorazione del figlio se la sua famiglia non è credente?” Per chi non avesse ancora visto il film, la risposta sta nelle parole della stessa attrice. Semplicemente perché è la cosa meno triste.
Moretti comunque risponde, senza entusiasmare il pubblico e, neanche se stesso. Cerca di essere il più cordiale possibile, ma con una vena di ironia sulla punta della lingua. Ironia ma anche disappunto: “Quando un film è finito mi piace discutere e chiacchierare ma, parlarne prima vuol dire, da una parte, raccontare le mie intenzioni e non so quanto, queste intenzioni resteranno lì e dall’altra, c’è una cosa particolare mia, forse un po’ ingenua. Come spettatore amo andare al cinema senza sapere nulla del film che sto per guardare. Ecco, non è come molti scrivono, una strategia promozionale”. Meglio intervenire, prima che sia troppo tardi...Quando Moretti comincia ad attaccare i giornalisti, non se ne esce più. Ecco allora un’altra domanda: “Che cosa rappresenta la scelta di fare un film completamente non autobiografico e poi perché hai scelto di immergerti completamente dentro la sofferenza?”. La seconda domanda non merita risposta. La prima è più interessante, per la risposta, chiaramente: “L’autobiografia non è solo quella della cronaca, ci sono dei tratti di questo personaggio, che sono i miei tratti. Quindici anni fa avrei interpretato in maniera molto diversa questo ruolo”. Spunta un’altra mano: “Mi sono resa conto che Nanni ci ha invitato a un lavoro di scavo, di epurazione, di ricerca dei sentimenti. Andare all’essenziale, è questo ciò che hai sentito?”. No comment. Andiamo avanti e parliamo di musica, Domenico Vitucci di 35mm: “Innanzitutto ti ringrazio molto di questo film, a parte l’autocitazione meravigliosa della stupenda canzone di Caterina Caselli, volevo chiederti il titolo delle canzoni meno famose, a parte, la canzone assolutamente immensa di Brian Eno...” . Tra un immenso, un sorprendente e uno stupefacente, lasciamo gli elogi e continuiamo con le altre domande. Finalmente il microfono arriva nelle mani di Carlo Freccero, direttore di Raidue, che mette subito le mani avanti e chiede. “Non ti incazzare subito per la mia domanda e rispondimi: “Nel tuo film non c’è un elemento storico, non ci sono sms, cellulari, è fuori dal tempo. Proprio perché i personaggi sono chiusi dentro questa ossessione della famiglia. Insomma, la tua visione del mondo mi sembra un pò arretrata. E un’altra cosa, e qui sicuramente ti incazzerai, la tua visione dello psicoanalista, non si avvicina a quella presente ne “L’Ultimo bacio” di Gabriele Muccino?”. Risposta di Moretti: “Freccero, perchè sei venuto alla conferenza stampa?”. Applausi. Lo show è finito.



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