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"Basta con la volgarità e, soprattutto, con la ricerca dello sberleffo capace solo di strappare quella risata che dura l’attimo in cui si esegue lo sberleffo e poi sparisce”

Un importante consiglio per i nuovi registi

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Quali sono le radici della commedia all’italiana?

“La commedia all’italiana è sempre esistita, viene da molto lontano. Da Boccaccio, da Macchiavelli e la ‘Mandragola’, da Guzzante, dalla commedia dell’Arte. E’ un’arte che sottolinea la miseria, la fame, la povertà, la morte. Tratta insomma degli argomenti drammatici e spesso tragici sotto l’ombrello dell’umorismo e della farsa. E’ sempre stato e sempre sarà così perché questa è la nostra maniera di ridere”.

Che differenza c’è tra una commedia dei fratelli Vanzina e una commedia degli anni ’50?

“Anche allora c’erano i film alla Vanzina, ma erano commedie all’italiana in cui c’era una differenza importante di fondo: il tema, molto serio e che colpiva fino in fondo come un bisturi, non aveva mai un finale positivo. Ma c’erano anche commedie molto più superficiali, goderecce, diciamo così”.

Che cosa, della comicità di oggi, la indispettisce di più?

“E’ la volgarità e, soprattutto, la ricerca dello sberleffo in sé per sé per strappare quella risata che dura l’attimo in cui si esegue lo sberleffo e poi sparisce”.

In quali registi si riconosce di più?

“Non so, ma credo che registi come Muccino, Tornatore (quando abbandona le sue enfatizzazioni) Mazzacurati, Faenza sono seri e hanno qualcosa da dire. Purtroppo lavorano poco e quando lavorano il loro film esce in tre cinema, fa 15 giorni di programmazione e poi sparisce. Questo perché non c’è un’industria forte alle spalle e soprattutto perché l’industria americana produce film, spesso mediocri, che occupano tantissime sale”.

Questo vuol dire che il cinema è un’arte industriale?

“Esattamente. Ed è sempre stato così. Negli anni ’50 e ’70 il cinema italiano era più forte di quello americano, il 65% degli spettatori seguiva i film italiani. E gli imprenditori rischiavano più volentieri i soldi. Poi, piano, piano siamo stati spinti fuori dalla forza dell’industria americana. Inoltre c’è da dire che negli anni ’50 il cinema era l’unico svago degli italiani nel tempo libero e a poco prezzo. Poi quando è arrivato il benessere, le prime rate, il frigorifero e la seicento la facilità di rimunerazione che aveva il cinema non l’ha più avuta. Così ha vinto la grande industria che ha potuto sostenere questo passaggio perché aveva la capacità finanziaria per poter resistere a questo scontro”.

C’è qualcosa che vorrebbe insegnare ai nuovi registi italiani?

“Sì, ad essere più onesti con loro stessi, di dire, scherzando, cose poco visibili e poco divertenti. E poi cercare il modo di produrre un film che possa essere visto dalla maggior parte delle persone. Mai disinteressarsi del pubblico. Se io dico una cosa, lo faccio perché ci credo e perchè voglio che sia compresa dal maggior numero di persone. Sennò vuol dire che ho fallito".

Continuerà a fare film comici?
“Sì, a parte due film, io ho sempre fatto opere comiche. Perchè usare la comicità, l’umorismo, il grottesco, la satira, è come usare un’arma che va molto in profondità e che è molto più incisiva di qualsiasi altro modo di trattare gli argomenti. Non parliamo della comicità a sfondo drammatico perché quello è il modo più infantile e superficiale di commentare i fatti”.

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