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Uno degli autori principali della commedia all'italiana pone il suo sguardo tra la nostalgia del passato e il disincanto per il presente.

Mario Monicelli racconta la sua comicita'

Uno degli autori principali della commedia all'italiana tra nostalgia del passato e disincanto per il presente.

Mario Monicelli (Italia, 1915), una laurea in Storia e Filosofia all'Università di Pisa, è cineasta straordinario con oltre cinquant'anni di carriera alle spalle. Autore di una sessantina di film tra cui tanti capolavori assoluti come "I soliti ignoti", "Amici miei", o "L'armata Brancaleone”,è autorevole rappresentante della cosiddetta commedia all'italiana. Per questo motivo film.it si è rivolto a questo grande maestro per aprire un dibattito e una serie di considerazioni sulla commedia italiana dalla sua nascita fino ai giorni nostri.

Dagli anni ’60 ad oggi la comicità italiana è cambiata. Da cosa dipende? Sono le storie ad essere diverse o semplicemente sono diversi i protagonisti, attori o registi che siano.

“Il fondo delle storie è comune. L’unico cambiamento che c’è stato in Italia è avvenuto nel dopoguerra. Nei primi anni ’50 la politica ha preso il sopravvento sui valori comuni, quelli quotidiani. A quel punto si è potuto fare comicità sui politici”.

Cosa faceva ridere di più nel passato?

“Faceva ridere tutto quello che fa ridere anche oggi, cioè un certo atteggiamento degli italiani a comportarsi come se fossimo gente che ha disponibilità di ingegno, di quattrini, di risorse come gli altri. E al tempo stesso ad essere molto individualisti e a sbeffeggiare tutto ciò che è istituzionale, ai valori, a ritenere come sorpassato, come vecchiume tutto ciò che veniva da fuori”.

Chi è stato il suo maestro?

“Sicuramente Mario Camerini, con lui ho fatto da assistente, poi da sceneggiatore e con il quale ho poi avuto una corrispondenza amichevole molto intensa. Da lui ho imparato a sottovalutare il cinema, questo nuovo mezzo di comunicazione che sono le arti in movimento. Per me il cinema è un gioco, è una cosa abbastanza caduca, di poco approfondimento e quindi ho imparato a tenerlo a distanza”.

Una volta c’era molta più differenziazione nel cinema. Nel senso che i ruoli erano ben distinti. Il regista faceva il regista e l’attore pensava solo a recitare. Oggi le cose sono cambiate. Pieraccioni, Nuti, Benigni, Verdone, Panariello per fare qualche esempio, sono poliedrici.

“Sì, perché questa supposta arte è diventata un minestrone, un pastrocchio. Tutti possono fare tutto. Non ha un autore unico e specifico come accade per uno scrittore, un musicista, un pittore. Tutto questo non nobilita il cinema. Infatti, per questo, ho imparato a sottostimare il cinema”.

Ma lei crede alla forza espressiva del cinema?

“No, io c’ho sempre creduto abbastanza poco. L’ho considerata sempre una cosa molto attuale, ma rimane sempre un mezzo che coinvolge troppe attività: è un pastone di musica, letteratura, teatro, di immagini, di pittura, di fotografia. Questo è il suo limite. In più è anche un’arte applicata all’industria. Senza questa morirebbe”.

Cosa rimpiange di più del cinema passato?

“Rimpiango soltanto la fine degli anni ’40, quando c’era una grande libertà e un grande coraggio degli autori. Allora non c’erano pressioni, non eravamo sottoposti al mercato, all’industria. Una libertà che ora non esiste più”.

Oggi esiste un regista coraggioso?

“Forse esiste anche. Sa, io credo che oggi tutti i registi debbano avere coraggio perché fare un film è un’impresa quasi disperata. Nel passato c’era un pubblico che era devoto al cinema. Negli anni’50 in Italia si vendevano 800 milioni di biglietti, mentre oggi se ne vendono 80-90mila. La libertà nasce proprio da questo: un film aveva sempre un pubblico, era sempre, in qualche modo ripagato. L’imprenditore poteva stare tranquillo, perché qualunque fosse il prodotto, era remunerativo. Si poteva affrontare qualsiasi impresa. Oggi tutto questo è impensabile. Trovare un film italiano, che abbia questa possibilità è complicatissimo. Per un giovane, ancora di più”.

Quali sono gli autori che hanno più credibilità oggi che in passato?

“Sordi, Totò o Tognazzi ai loro tempi erano considerati attori spazzatura, perché allora fare film comici di grande successo era oggetto di derisione e vergogna da parte della critica italiana mentre per il pubblico accorreva, era favorevole. Poi si sono rivalutati grazie all’estero. La Francia e poi l’Inghilterra hanno subito capito che la commedia all’italiana aveva delle caratteristiche talmente peculiari che non era comparabile a nessun’altra commedia al mondo. Così i critici ne hanno fatto un oggetto di ripensamento e tutti quelli che l’avevano maltrattata hanno fatto un passo indietro”.
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