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“La maggior parte delle musiche non possiede un argomento preciso: l’argomento è la materia stessa".

Intervista con Michael Nyman

Intervista con Michael Nyman

“La maggior parte delle musiche non possiede un argomento preciso: l’argomento è la materia stessa. E tutto si riduce ad un confronto all’interno del tempo della scrittura. Per quanto mi riguarda posso dire che ho vissuto gli ultimi quattro anni della mia attività bilanciandomi tra un atteggiamento comune, un modo di fare già sperimentato e consolidato ed una evoluzione in continua esplosione”. Parole di Michael Nyman, il grande maestro inglese, meglio noto al grande pubblico per le musiche di film come Lezioni di Piano, The end of the affair, Wonderland, Prospero’s Book, Carrington, di passaggio a Roma per la tre giorni a lui dedicata da RomaEuropa Festival presso il Teatro Argentina. Una tre giorni sinfonica e “pastorale” che celebra non solo il suo estro compositivo, ma anche la coniugazione di questo stesso estro alla esigenze pure della committenza e della comunicazione. Come un artista del Rinascimento, Nyman incontra papi, grandi aziende, istituzioni. Si confronta con il presente e scava nel passato meditando di fronte agli oscuri gesti del Mosè di Michelangelo, una delle opere in programma. Tutto si muove nella sua mente tra nuovissimo e vecchissimo, due concetti che tende a ribadire. Come già era nel 1976 quando “il National Theatre mi chiese di lavorare ad un progetto sul Campiello. Una ricerca basata sulle canzoni dei gondolieri del 18° secolo. E quello fu il momento in cui feci nascere la Campiello Band”. Tra le opere che Nyman ha presentato a Roma particolare fascino racchiude la doppia performance legata al tema della falsificazone dei materiali: The Commisar Vanishes, sul lavoro di falsificazione fotografica sotto il regime staliniano basata sull’opera multimediale di Christopher Kondek incentrata all’omonimo romanzo di David King e The Man with the movie Camera, una colonna sonora dal vivo legata al celebre film sull’arte del documentario del mitico regista sovietico Dziga Vertov; storia di un operatore che vaga dall’alba al tramonto in una Mosca irrequieta e sorprendente. “Se dovessi spiegare l’evoluzione del mio lavoro in questi ultimi trent’anni, direi – racconta Nyman – che i miei primi lavori erano molto ripetitivi: ero alla ricerca della variazione come forma di ripetizione. Penso in effetti che la variazione e la ripetizione siano stati alla base di ciò che facevo. Negli anni ’70 avevamo eretto come delle barriere. Oggi ho potuto cambiare questo modo di fare. Se mi passa una definizione, posso dire che eravamo come degli oppositori fondamentalisti. C’erano barriere che erano state comunque costruite per proteggerci dall’avanguardia, come dal romanticismo. Tutti questi processi, che comunque oggi giudico molto costruttivi, sono diventati parte integrante del nostro flusso vitale. Di fondo un bravo compositore possedeva in questo modo un vasto materiale da utilizzare, ma era la struttura che invece lo rendeva libero. Tuttavia penso che non tutti i miei colleghi ammetterebbero questa mia affermazione. Greenaway valga per tutti”.
Sul palco ad aprire le danze di Mister Nyman una sfolgorante Michael Nyman Band composta dal fior fior dell’accademia musicale britannica e della rispettiva avanguardia, con qualche concessione all’est del mondo come la pittoresca ed intensa presenza del violinista Alex Balanescu, già mente fondatrice dello strepitoso Balanescu Quartet. Tra gli altri spiccano Nigel Barr al trombone, Anthony Hinnigan al violoncello, Martin Elliott al basso, David Roach al sassofono baritono e soprano. E naturalmente lo stesso Nyman direttore d’orchestra al pianoforte. The Commissar Vanishes “mostra – spiega ancora Nyman- il meccanismo perverso con il quale durante il regime staliniano i cittadini venivano cancellati dalla storia. Un sistema ed un modo di fare politico che ha portato ad estreme conseguenze”. E l’opera scorre oscura e inquietante tra l’ondivago trascorrere di immagine dentro immagine, accostando volti, facce, espressioni, cancellando barbe, baffi, ciocche di capelli. Una sorta di bestiario umano che lentamente si trasforma e prende altre forme, altre prospettive, falsificando la storia, la mente, la memoria, gli uomini. Il tutto non dura più di una ventina di minuti. Poi un lungo silenzio. Quasi un imbarazzo prolungato. Minuti di immobilità sul palco, con un Nyman quasi in cerca di un’ispirazione superiore, di una concentrazione che evidentemente manca. Forse un vezzo da direttore, forze un guizzo di follia dietro le spesse lenti dei suoi occhiali dalla montatura screziata, prima di attaccare la suite di oltre un’ora di The Man with the movie Camera. “Un lavoro che percepisco oggi come un documentario sull’amore di Vertov per gli abitanti della Russia. Indubbiamente un’opera sperimentale di pura avanguardia. Sulle modalità di come si realizza un documentario”. Il film in effetti sembra un reportage dissepolto dagli archivi del tempo. Con questa città che prende forma a mano a mano. Il piccolo operatore, una sorta di fratello sovietico di Serafino Gubbio, che segue i fatti, gli avvenimenti, ma anche i sorrisi della gente, i loro giochi, i passatempi, la nascita di un bambino. E ci regala la foto di un mondo che sembra consapevole che sarebbe arrivato molti anni più tardi un 11 settembre 2001. Nyman contrappunta con la sua musica i fatti. E’ incalzante, passionale a tratti. Freddo ed analitico in altri. Di grande respiro a momenti. E’ una colonna sonora praticamente eseguita dal vivo. In prima assoluta. Un evento per la musica. I giochi di variazioni minime spesso vengono abbandonati per poi riprendere. C’è anche un pizzico di imperfezione. Siamo in Russia, in un grande cinema di Stato e l’operatore Nyman ha montato su di un cavalletto una graziosa macchinetta luccicante. Gira la sua manovella. Gira la sua magica musica.
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