IL RUMORE BIANCO DI MIAMI VICE
Ancora coerenza ed elettricità nell’anima musicale di Michael Mann
Più che di tendenza sarebbe ormai il caso di parlare di cognizione radicata; più che di accondiscendenti pruriti glam, di aderente coerenza al flusso naturale di un’estetica e di un discorso filmico che difficilmente si adatterebbero a differenti accostamenti musicali. Con Miami Vice, ancora una volta, s’impone all’attenzione quell’affascinante ed esclusivo concetto di colonna sonora che ha fatto di Michael Mann uno dei più attenti e selettivi compilatori di commenti cinematografici dell’ultima modernità, che con logica sempre più evidente offre all’audiovisione il suo meccanismo interno quale risultato di un progetto sonoro preciso, finora mai improvvisato alla facile occorrenza delle differenti situazioni narrative. Molto prima di Tarantino e di Cameron Crowe, Mann ha promosso il repertorio ad elemento fondante del suo vibrante tessuto sonoro, al di fuori di ogni pretesto di confezione luccicante. Focalizzate sulla contemporaneità cangiante e multietnica di una società urbanizzata, le immagini del suo cinema aspirano ad una flagranza d’attualità che le scelte musicali contribuiscono ad immergere in un’atmosfera rarefatta, connotata da brani in espansione continua attraversati da lampi elettrici che raramente denunciano aspirazioni al sincronismo tout-court. Da Strade Violente a Collateral, è in fondo l’indeterminatezza del personaggio manniano a reggere la storia, a farsi lui stesso paesaggio di contraddizioni e decisioni intime schiettamente estranee alla retorica di un commento altrimenti improntato. Come l’intermittenza del digitale nel lavoro fotografico, Mann opera sulla musica una sorta di isteria trattenuta, in equilibrio tra soundscapes e rock-suite innervati al testo come funzionale mood ambientale.
I due brani degli scozzesi Mogwai, “We’re No Here” e “Auto Rock”, si aprono a felici constatazioni della riconfermata preferenza del regista americano per scenari di moto perpetuo: feedback di chitarra elettrica che avvampano e montano progressivamente, oceani di suoni sul bilico della saturazione, impostazioni metal che salgono intermittenti a rinforzare continue tensioni verso enfasi drammatiche spesso mai compiute. Si potrebbe facilmente auspicare una prossima filiazione della giovane band con il cineasta sulle orme della precedente collaborazione con i Tangerine Dream, tanto il suond di questi due contributi per la riduzione cinematografica dell’icona telefilmica anni ’80 riportano al commento dei tedeschi per Strade Violente. Ma anche agli interventi di James Newton Howard per Collateral o della coppia Bourke-Gerrard di Insider e Ali, a dimostrazione di quanto il distintivo gusto musicale del regista spesso prevarichi la distinzione tra score originale e source-music imprimendo una cifra personalissima e inconfondibile – il rumore bianco dell’immaginario post-moderno.
Così stavolta l’anomalo incedere acustico del collettivo Blue Foundation (“Sweep”) trova naturale permeabilità con il commento di John Murphy (due estratti del suo score sono presenti nell’album, “Mercado Nuevo” e “Who Are You”) e dei tandem King Britt-Tim Motzer (“Ramblas”) e Klaus Badelt-Mark Batson (“A-500”) – una distribuzione a più mani della prassi di scoring tutt’altro che nuova al modus operandi di Mann. Pluralità di voci che però non intacca la generale compattezza stilistica del soundtrack: oltre alla comune superficie formale, i brani inseguono, nei rari appoggi melodici, anche semplici sequenze accordali assai consonanti. Un’integrità interna riscontrabile anche nella title-track del film, la cover nu metal del classico di Phil Collins “In The Air Tonight”, a cura dei Nonpoint.
E’ l’unica concessione, quest’ultima, agli anni in cui il telefilm consumò i suoi fasti. Mann evita persino l’utilizzo diretto del consacrato tune televisivo di Jan Hammer (anche se l’approccio percussivo modulare dei Nonpoint ne rievoca il sapore) e al massimo si affida alle rielaborazioni retrò di Moby (“One Of These Mornings” e “Anthem”) e al remix di “Simmerman” di Nina Simone. Non c’è da stupirsi. La colonna sonora del seriale originale aveva impostato le direttive di un nuovo approccio alla musicazione televisiva e già da Manhunter arrivavano alcune delle influenze che più hanno attecchito sullo scoring dei serial contemporanei: aggiornando il suo più caro e fortunato prodotto dell’etere, il regista non poteva che continuare a guardare avanti.
Il disco Atlantic (che salta anch’esso la pubblicazione del tema di Hammer) aggiunge anche un certo colore ispanico con “Arranca” di Manzanita e spruzzate techno con “Strict Machine” dei Goldfrapp – ricalcando in un certo modo la compilazione del precedente album manniano di Collateral. Stavolta però l’ascolto richiede più intensità e potrebbe deludere i nostalgici della versione catodica.
Per Mann, comunque, un’ulteriore passo avanti su un tracciato cine-musicale preziosamente libero e coeso.




