Si conclude dunque una mostra del cinema che, nonostante i tanto strombazzati proclami del direttore Marco Muller, tutto sommato ha deluso le aspettative. Ciò è dovuto non tanto alla comunque bassa qualità generale dei film – fattore abbastanza variabile di anno in anno, quindi piuttosto indipendente dalle scelte dei selezionatori – quanto piuttosto ad un sistema generale che è sembrato più debole rispetto alle passate edizioni; si è avuta la netta sensazione di un’affluenza di pubblico e media molto inferiore al passato, fenomeno forse dovuto ad un certo ridimensionamento del “glamour” presente a Venezia 06 - ed in questo la concorrenza della neonata Festa del Cinema di Roma non può non aver avuto il suo peso…
Passando ad una valutazione puramente critica, che poi è ciò che più ci preme, la delusione più cocente arriva dalle mancate conferme di autori che invece avrebbero dovuto rappresentare il fiore all’occhiello della rassegna: Brian De Palma, Oliver Stone, Darren Aronovsky, Gianni Amelio, soprattutto David Lynch, hanno presentato lavori che sono ben lontani dalle vette massime della loro carriera; un cinema fatto di leccata professionalità e di retorica per quanto riguarda i primi, un calderone isterico di sterile sperimentazione invece è risultato “Inland Empire”, forse l’opera che più ha fallito in proporzione all’attesa. Altro disappunto arriva dalla mancata presenza di possibili nuove scoperte, di cineasti che alla prima o seconda opera hanno evidenziato una poetica compiuta e capace di entusiasmare critica o pubblico: uniche eccezione, per fortuna, il nostro Emanuele Crialese con il suo bellissimo “Nuovomondo” ed il “resuscitato” Emilio Estevez di “Bobby”.
Una nota di merito che va attribuita a questa edizione è senza dubbio quella di essersi in qualche modo aperta al cinema di genere, che ha visto molte pellicole presenti in concorso, compreso il “maestro” dell’action orientale Johnnie To.
Tra le pellicole che maggiormente hanno riscosso il nostro consenso vi sono comunque autori importanti e prodotti di valore quasi assoluto: primo tra tutti il lucidissimo ed inquietante “Children of Men” di Alfonso Cuaron, un regista che sta facendo della versatilità il suo ammirevole marchio di fabbrica. Dovendo scegliere il film preferito tra quelli presenti in concorso, voteremmo il suo; ma il nostro favore va anche tributato al delicato e malinconico melodramma di Resnais, ed all’estenuante poetica di Tsai Ming-Liang. Se il Leone d’Oro dovesse essere assegnato ad uno di questi tre autori, saremmo soddisfatti del verdetto.
Ma quale è stato il miglior lavoro visto quest’anno a Venezia. A mio avviso il documentario di Spike Lee “When the Livees Broke: a Requiem in Four Acts”: capolavoro di lucidità narrativa, di indagine socio-politica, di atto d’accusa che filtra attraverso il documento e non si pone come propaganda al di sopra della contingenza dell’avvenimento. In un momento in cui un’indagine sui nostri tempi sembra assolutamente necessaria, un’opera di tale importanza dovrebbe arrivare come punto sparti-acque da cui partire.



