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Le sue carte vincenti sono una passione all'antica, una forza ribelle e nervosa, una cultura d'impianto classico.
Lo Cascio alias Impastato
Lo Cascio alias Impastato
"Sono nato a Palermo il 20 ottobre del…1967" dice a denti stretti l'attore che si sente già un po’ vecchio per realizzare il suo più gran desiderio: avere dei figli dalla sua fidanzata, Desideria che lavora come montatrice alla Rai. Un lunghissimo curriculum teatrale, partito nell'89 e confluito nell'esordio con "I cento Passi" e con l'attuale lavorazione nell'ultimo film di Giuseppe Piccioni "Luce dei miei occhi".
Prima di calcare le scene sei passato alla facoltà di medicina, un percorso un po’ singolare…
L.L.C. “Dove l'hai letto? E' vero, ho fatto due anni a medicina, volevo diventare psichiatra, è una passione di famiglia. Poi mi sono iscritto all'Accademia d'arte drammatica, qui a Roma, e mi sono diplomato nel ‘92. Non sono due cose tanto diverse, in fin dei conti. C'è molta introspezione nel mestiere dell'attore, soprattutto a teatro. L'attore è un mezzo, pura corporalità, per arrivare a questo punto devi necessariamente prendere coscienza della tua essenza fisica e metterla in relazione col pensiero. "Anything goes", l'importante è l'effetto, questa è la mia personale filosofia del mestiere. Il corpo dell'attore va usato come se fosse un violino, è una questione di tecnica riuscire ad ottenere quella particolare nota”.
Hai scritto anche dei testi per teatro..
L.L.C. “Non solo, mi piace scrivere poesie, prose. Un genere di prosa a metà strada con la poesia che si chiama tecnicamente "Lasse". Scrivo anche SMS in endecasillabi! Per il teatro ho scritto e diretto "Il labirinto d’Orfeo" e "Verso Tebe". Amo il teatro Pirandelliano, la tragedia greca, ma anche Beckett o Brecht. Trovo una bella sfida riuscire a trasferire la sveltezza della scrittura cinematografica nelle pièce. Del cinema apprezzo molto la sintesi”.
Come sei arrivato al cinema?
L.L.C. “Con "I cento passi". Prima non avevo fatto niente, neanche una posa. Di più, ero totalmente ignorante in materia, andavo a vedere massimo tre film l’anno. A parte i soliti "cult" tipo "Taxi driver " o "Apocalipse now" e qualcosa di Hitchcock e Orson Welles, non riuscivo ad appassionarmi così come mi succedeva per il teatro. Ho sempre avuto un atteggiamento troppo di vigilanza, di critica. Ora, essendoci stato dentro, capisco molto di più il gioco che c'è dietro.
Il cinema porta inevitabilmente all'uso di un linguaggio che è molto vicino al quotidiano, forse era questo a darmi fastidio. A mio parere il teatro è un contenitore più adatto alla trasfigurazione, e quindi alla poesia: il Pasolini del cinema non è lo stesso di quello teatrale. Trovo molto belli quei film che emulano in un certo senso l'atto recitativo, come "I cento passi" ma anche i film di Petri”.
Quando hai incontrato Marco Tullio Giordana?
L.L.C. “L'incontro con Giordana è avvenuto mentre lavoravo a teatro a Palermo con Carlo Cecchi, stavamo facendo la trilogia shakespeariana. Mi ha visto e mi ha chiamato. All'inizio ho esitato, non mi sentivo proprio adatto al cinema, poi mi sono convinto soprattutto per la storia. Sapevo di poter esprimere la mia natura anche perché ho trovato davvero delle somiglianze studiando la vita d’Impastato, incontrando i suoi famigliari, parlando con amici che mi descrivevano un Peppino-poeta, che scriveva i comizi e leggeva in continuazione. Vedevo che la sceneggiatura aveva molte scene madri, una forte impronta teatrale. In un certo senso mi trovavo a casa”.
E il film che stai girando?
L.L.C. "Nel film di Piccioni, invece, la cosa è ben diversa, mi sento molto più nudo, sono un ragazzo qualunque, un autista, dentro ad una storia piccola fatta di sguardi e silenzi. Il mio personaggio è molto solo, si confronta spesso con una voce ultraterrena e sta molto nel suo mondo. La sua missione è quella di mettersi in relazione con una ragazza, Sandra Ceccarelli, che ha una figlia. Poi c'è il cattivo, interpretato da Silvio Orlando che si frappone tra lui e lei. Quasi una tragedia classica con tanto d’eroe e antieroe e bella da salvare, in chiave moderna. Con poesia, ovviamente. E' la storia di un sacrificio iniziale che porta alla consapevolezza finale che l'amore è reciprocità. Una bella sfida, che mi attira molto e mi ha fatto conoscere parti di me che non conoscevo affatto”.
Tornando a "I cento passi", come si è comportato il paese di Cinisi (dove è nato Impastato) durante la lavorazione?
L.L.C. “Si è diviso, come sempre fa la Sicilia in questi casi. Ho parlato col fratello, con gli amici che mi consigliavano: "Peppino camminava accusì, guadda… si mangiava le unghie". La madre di Peppino mi ha fatto entrare nella sua stanza, ancora intatta, c'erano i suoi libri sugli scaffali, è stato un'emozione incredibile erano gli stessi che avevo io, quegli stessi che la madre gli nascondeva per paura e che lui ricomprava puntualmente.
L'altra parte del paese, quella contraria, ha usato lo strumento del silenzio, sposando l'atteggiamento minimizzante di Tano Badalamenti (il mafioso accusato dell'omicidio d’Impastato, n.d.r.) che ha commentato con "roba di cinema", l'uscita del film. Ma, come ha detto giustamente Giordana, quando è stato accusato di fare propaganda politica, nella scena finale del corteo antimafia, quello con le bandiere rosse "mi dispiace, ma quella è storia". Ed è vero, abbiamo ricostruito quella scena come un quadro, copiando dalle foto la lunghezza del corteo, il numero delle persone e delle bandiere”.
- LUIGI LO CASCIO INTERVISTA |
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Luigi Lo Cascio


lunedì 11 novembre 2002
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martedì 24 luglio 2001
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