Festival
L'universo omosessuale viene dipinto con delicatezza e sensibilità.
"Le fate ignoranti"
"Le fate ignoranti"
07/02/2001 -
Fabrizio Marchetti
Dopo il successo di critica e pubblico ottenuto da ‘Il bagno turco’ ed ‘Harem Suarè’, Ferzan Ozpetek torna nuovamente dietro la mdp con la consueta attenzione alle tematiche a lui più care: la sensibile rappresentazione del caos sentimentale, il valore aggiunto della contaminazione/ibridazione dei sessi e delle culture, la catartica ambiguità del cambiamento individuale, la necessità del viaggio come afflato inevitabile di una scoperta della propria personalità. Il risultato è un’opera cinematografica esemplare per il sapiente equilibrio tra sceneggiatura (scritta in collaborazione con Gianni Romoli) e regia, direzione degli attori e genuina freschezza dei dialoghi. La più autobiografica tra le sue pellicole ,‘Le fate ignoranti’ rappresenta per Ozpetek anche l’occasione per diffondere nella giusta prospettiva i valori più distintivi dell’universo omosessuale. In questa ottica, il tocco dell’autore non è mai giudicante, ricolmo di una grazia narrativa molto simile a quella di Almadovar. Ogni aspetto del lavoro è minuziosamente ponderato ad una costante eleganza delle scelte stilistiche effettuate. La tecnica lascia il posto alla poetica che emerge perfino nella reversibilità delle prospettive: la commedia diviene improvvisamente melodramma ed il melodramma a tratti riassume le forme della commedia; i punti di vista dei personaggi si alternano incessantemente divenendo parimenti condivisibili ed opinabili (esemplare in tal senso è il caso delle argomentazioni addotte da Michele in sostegno della liceità della menzogna, apparentemente giustificabili in relazione al contesto di riferimento ma poi confutate dai fatti a favore della genuina e sincera bontà comunicativa utilizzata da Antonia). Il confronto tra i due protagonisti diviene così non solo l’occasione per l’incontro-scontro tra differenti concezioni caratteriali, familiari ed esistenziali ma anche il momento per interrogarsi sulla necessità di dire sempre è comunque la verità. Michele è fermamente convinto dell’idea che dire il vero non paghi per chi è costretto a rimanere nell’ombra e a vivere in un mondo nascosto. E’ per questa ragione che la falsità e la convivialità dei banchetti domenicali, intesa come momento di volontaria segregazione nel proprio gruppo, costituiscono gli unici espedienti validi per evitare gli effetti della discriminazione. Ed è a questo livello che interviene il personaggio di Antonia, assertrice invece di una coraggiosa visione della vita che fa della trasparenza la sua più forte arma ed insieme la sua più evidente debolezza. Ma è proprio da questo contrasto vitale inscenato dai due che emergeranno gli spunti per una serena riflessione sul senso dell’esistenza ed un legame d’intenti ben più profondo di una relazione sentimentale basata meramente sul sesso. Ecco spiegato così il valore degli sguardi, delle movenze, della fisicità estemporanea delle gestualità degli interpreti. Una caratterizzazione, questa, fortemente voluta dallo stesso Ozpetek e fortemente sublimata dalle performance di Stefano Accorsi e Margherita Buy, assolutamente a loro agio nei delicati ruoli assegnatigli. Una menzione speciale va fatta infine a Gabriel Garko, meritevole di lodi infinite per aver ricoperto brillantemente una parte difficilissima e funzionale alla messa in scena dei meccanismi informatori di una pellicola corale e geniale al tempo stesso.