Un western insolito e rarefatto, capace di commuovere lo spettatore e di incantarlo al tempo stesso.
"Le bianche tracce della vita"
"Le bianche tracce della vita"
La Trama
Sierra Nevada, fine del XIV secolo. Nella nevosa cittadina di Kingdom Come, comandata dal fondatore e ricco pioniere Daniel Dillon (Peter Mullan), arriva il signor Dalglish (Wes Bentley), ingegnere del governo che deve stabilire se la ferrovia passerà per quel posto. In città arrivano anche la signora Elena Burn (Nastassja Kinski) e sua figlia Hope (Sarah Polley), che nascondono un segreto riguardante il signor Dillon. Tra questioni familiari e tensioni riguardanti la ferrovia, si dipanerà la vicenda di questi personaggi, a cui si aggiunge la bella e sfrontata Lucia (Milla Jovovich), tenutaria del saloon ed amante del ricco magnate.
Il commento
Bellissimo. Non si può non aprire con altro aggettivo una critica a questo western glaciale e commovente, diretto con incredibile gusto e saggezza narrativa da Michael Winterbottom, autore che ci ha ormai abituato ad essere sorpresi da ogni suo lavoro. Era dai tempi dell’intenso e folgorante “Jude” (id.,1996) che comunque il cineasta non ci regalava un film così riuscito e toccante. Sempre affidabile e dotato di grande senso visivo, stavolta l’autore mette il suo estro al servizio di un paesaggio meraviglioso, in cui il bianco della neve abbaglia e gela insieme lo spettatore; in questo grande merito deve essere attribuito anche alla magnifica fotografia del film, sapientissima nel saper sfruttare i campi lunghi. In un simile scenario poi Winterbottom immerge una storia – tratta da un romanzo di Hardy, come appunto “Jude”- di rara suggestione emotiva, in cui tutti i personaggi sono ben delineati ed hanno in sé una vena poetica e melodrammatica; sotto questo punto di vista molto si deve anche alla bella sceneggiatura di Frank Cottrell Boyce, che evita scene esageratamente melodrammatiche in favore di un più diffuso e penetrante senso di tragedia che pervade tutta la storia. Se vi aggiungiamo le superbe prove d’attore che ci vengono offerte da Peter Mullan -straordinario, il migliore-, Nastassja Kinski, Sarah Polley e gli altri, ecco che il risultato finale non può che essere sorprendente. Come è sorprendente che una tale opera debba conoscere l’onta di una distribuzione così farraginosa e poco azzeccata. Probabilmente data l’autorialità dell’operazione il film non sarà stato un enorme successo internazionale di pubblico, ma rimane comunque un prodotto di altissima qualità, che avrebbe di certo meritato un maggiore rispetto da parte della distribuzione italiana. Ma d’altronde siamo ormai abituati a simili “sviste...” Tornando ai meriti di “The Claim” (titolo originale della pellicola, che nulla ha a che fare con il bizzarro titolo italiano), vogliamo sottolineare poi gli enormi progressi di attrice fatti da Milla Jovovich, che dipinge il ruolo della maitresse Lucia con pochi e sapienti tratti, a cui aggiunge una capacità intimista che prima le era sconosciuta. Un sincero applauso dunque a questo film ed a tutti coloro che vi hanno partecipato, contribuendo a creare un western insolito e rarefatto, capace di commuovere lo spettatore e di incantarlo al tempo stesso. Ancora una volta, Winterbottom ci ha deliziato.
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