film,l amico di famiglia
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La critica si è decisamente divisa nel valutare quest'opera, esaltando le capacità del regista nel creare atmosfere ma sottolineandone allo stesso tempo le incongruenze a livello di sceneggiatura

L'amico di famiglia

La critica si è decisamente divisa nel valutare quest'opera, esaltando le capacità del regista nel creare atmosfere ma sottolineandone allo stesso tempo le incongruenze a livello di sceneggiatura

Il personaggio di Geremia, il protagonista di questo nuovo lavoro di Sorrentino, è una delle figure più grottesche che il cinema italiano ci ha consegnato negli ultimi anni. Volendo tentare di identificarlo attraverso un paragone con altri grandi “villain” cinematografici, ci viene immediatamente alla memoria lo splendido Penguin interpretato da Danny De Vito: come l’altro infatti Geremia si muove ingobbito, scattante e goffo, furtivo e pericoloso; come l’altro non ha mai conosciuto il padre, che lo ha abbandonato da piccolo e che si muove costantemente nella sua mente contorta. Figura ributtante ed insieme tragica nel suo isolamento, il Geremia interpretato con grande aderenza fisica da Giacomo Rizzo è il motore primario de “L’amico di famiglia”, pellicola che conferma l’enorme talento registico dell’autore napoletano. Il film infatti si propone come una sinfonia visiva di fortissimo impatto, cadenzata dai sinuosi movimenti oppure dagli splendidi scorci di Luca Bigazzi. Sorrentino dimostra una completa padronanza della macchina da presa, adoperata con una coerenza ed una precisione davvero inusitate: questo “istrionismo controllato” in alcuni momenti viene però a cozzare con una storia che forse avrebbe meritato in determinate parti una messa in scena meno presente e più controllata nel lasciare spazio all’introspezione dei personaggi, molto ben caratterizzati. Per certi versi, sembra che “L’amico di famiglia” soffra di una sorta di sfasatura tra la materia trattata ed il “modus” cinematografico di trattarla; oltre che la regia, soprattutto il montaggio a tratti un po’ troppo frenetico disequilibra lo sciogliersi della vicenda. A parte questo però il film si muove affascinante come un noir di vecchia scuola, claustrofobico e soffocante negli interni, pieno di figure di tragica ed affascinante ambiguità: ogni personaggio de “L’amico di famiglia” è infatti un “loser”, che tenta di arrivare a patti con i propri sogni irrealizzati con ogni mezzo possibile.

Rispetto al piccolo miracolo artistico de “Le conseguenze dell’amore” (id., 2004) Paolo Sorrentino conferma alcune qualità di quel lungometraggio, non riuscendo però a bissarne la sua completezza e il grande equilibrio interno. Ottimo costruttore di atmosfere e di personaggi dalla complessità estremamente sfaccettata, il cineasta ci regala comunque una pellicola visivamente molto affascinante, in grado di irretire lo spettatore.

La critica si è decisamente divisa nel valutare quest'opera, esaltando le capacità del regista nel creare atmosfere ma sottolineandone allo stesso tempo le incongruenze a livello di sceneggiatura.
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COMMENTI:
  • Lelio
    mercoledì 22 novembre 2006
    ore 9:59
    L’amore è sopravvissuto al telefono. Sopravvivrà agli sms a messanger, ai reality. Non morirà. Sempre più difficile parlarne. Ma non morirà. Novembre 2006, un mese così caldo che gli orsi restano svegli, articolo di fondo in prima pagina della Repubblica di oggi. Ma questo non c’entra. Uscito dal cinema sospetto di questo Sorrentino, sospetto che si senta un uomo in più, o che soffra le conseguenze dell’amore, sospetto che ami troppo, come si lamentano le protagoniste delle soap. Un regista maledettamente e pesantemente innamorato. E come la tosse non si può nascondere. E dell’amore ci parla. Alla sua maniera allegorica. Non ne parla, in effetti, lo dipinge, come un van gogh aveva dipinto un campo di grano. Un usuraio. Il mestiere di dare e di riprendersi il triplo o anche di più se non stai nei tempi. Usuraio d’amore, sarebbe un titolo certamente più commerciale, sarebbe la strada per individuare quelli che ti danno l’amore, te lo fanno intravedere sapendo che se coltivi un sogno o un desiderio questo sarà un mostro che spezzerà le sbarre della gabbia e uscirà allo scoperto e lo pagherai caro. Una tetta nuova o un viaggio fa poca differenza. Se accetti il patto. Ma come si fa a non accettare? Perché non accettare? In fondo è solo una persona come me e se non restituisco che male mi può fare. E se non solo ci fossero queste luride persone in giro, ma se fosse questo un sentimento umano in ogni parte di noi, la parte squallida e brutta, il nemico dentro… o il nulla… la bugia mascherata, il bancario, l’homo economicus, o Geremia… chiamatelo come volete. Debitore e creditore, nato nello stesso corpo bello o brutto che sia. Le lacrime fuori e dentro. Amore si presta ad usura e si presta all’usura. E tra un funerale e un matrimonio la figura di merda, in società, è sempre in agguato. Siamo tutti in affitto e il mondo è in prestito. Piacere Geremia, sarto e usuraio, bruttissimo, amico di famiglia. Ci siamo seduti dalla parte del torto perché gli altri posti erano già occupati. Destinato a catalizzare sogni e catastrofi, a pendolare tra l’angelo e il diavolo. Il suicidio non è possibile perché l’ironia non se la può permettere. Il pensiero più inquietante è che avrà per noi un ultimo pensiero. Personalmente, come Bentivoglio, cercherò di non farmi trovare.
  • Gioele
    lunedì 6 novembre 2006
    ore 16:04
    Sorrentino,ha creato un film raro ,con qualche difetto ma vero cinema... Rizzo merita un david di donatello come interprete protagonista e Bentivoglio come non protagonista. Andatelo a vedere ...un bel film
  • Gioele
    lunedì 6 novembre 2006
    ore 16:04
    Sorrentino,ha creato un film raro ,con qualche difetto ma vero cinema... Rizzo merita un david di donatello come interprete protagonista e Bentivoglio come non protagonista. Andatelo a vedere ...un bel film
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