Presentato nella sezione Controcorrente, "The Five Obstructions" vuol essere un'esplorazione del fenomeno di come si realizza un film. E un gioco pieno di tranelli che vede un cineasta sfidato a rivisitare per ben cinque volte il suo film e a ricrearlo.

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Presentato nella sezione Controcorrente, "The Five Obstructions" vuol essere un'esplorazione del fenomeno di come si realizza un film.

La sfida di Lars von Trier

Presentato nella sezione Controcorrente, "The Five Obstructions" vuol essere un'esplorazione del fenomeno di come si realizza un film. È un gioco pieno di tranelli che vede un cineasta sfidato a rivisitare per ben cinque volte il suo film e a ricrearlo.

Perfido, spietato, diabolico, inutile Von Trier. C'è chi ha definito questo film "un esercizio di stile" per veri appassionati di cinema. L'esercizio starebbe nella contemplazione dello spettatore della genesi di un film, seguendone la lavorazione, le difficoltà di piazzare un set, il montaggio ecc... tutto quello che di solito non si vede a prodotto finito.

In realtà questo "The Five Obstructions" è qualcosa che va ben oltre. E' un gioco crudele tra lo stesso Von Trier e Jorgen Leth, cineasta amico (ma lo sarà ancora?) di von Trier, che decide di accettare una sfida e sottoporsi alle regole dogmatiche del collega. Lars lo obbliga a realizzare nuovamente il suo cortometraggio "Il perfetto umano" (del 1967) imponendogli cinque ostacoli creativi ogni volta.

Gli ostacoli vanno dal filmare con 12 fotogrammi al secondo, (il che significa accelerare tutto di mezzo secondo, il primo ostacolo), dal girare senza set (terzo), fino al cartone animato (quarto), un genere odiato da entrambi. Ma è nella genesi del quinto ostacolo che vediamo cosa si annidi davvero nella mente di von Trier.

"Questa è un' operazione 'aiuta Jorgen Leth' - dice il cineasta mentre si accinge a farci capire di cosa si tratta. Lo stesso Trier scriverà una sceneggiatura che Leth dovrà recitare e girare, ma che è rivolta dallo stesso Leth a Trier.

Trier mette in bocca a Leth delle parole durissime, facendo emergere tutta la drammaticità di un gioco creduto "terapeutico" che invece si trasforma in un gioco al massacro. Leth accusa Trier, ma in realtà è Trier stesso ad autoaccusarsi (oh, quale intelligenza!) per aver fatto capire al suo amico che in fondo nessuno al mondo è un perfetto umano, ma che Leth, come lui stesso, sono semplicemente degli esseri terribilmente limitati che "capiranno qualcosa forse fra due giorni".

Serviva umiliare in questo modo Jorgen Leth? Un uomo che si ritira dal mondo come Leth, che vive in buen ritiro americano, ha già sicuramente accettato la limitatezza dell'umanità, che prendere un ulteriore schiaffo dalsuo "amico" von Trier semplicemente perchè quest'ultimo crede di poterlo salvare sembra troppo. Trier ha fama di essere un regista alquanto "cattivo" sul set, mentre dirige, mentre costruisce i suoi dogmi. Con queste "ostruzioni" ha fatto vedere quanto subdolo possa esserlo anche davanti alla macchina da presa.

Un film inutile nella filmografia di von Trier che sicuramente con "Dogville", fra poco in uscita, saprà riscattare ampiamente questo scivolone di pessimo gusto.
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