CITAZIONI D'AUTORE
Coerenza, ricerca e il confronto con Herrmann nell'ultimo sodalizio Morricone - Tornatore per il film "La sconosciuta"
Del suo disinteresse nei confronti della melodia tradizionalmente intesa Ennio Morricone non ha mai fatto mistero. Almeno da diversi anni a questa parte, il compositore romano, il grande melodista di Sergio Leone e di un frangente cospicuo del cinema di genere nazionale, ha abbandonato la ricerca dell’orecchiabilità a favore di una sfida compositiva a suo dire di gran lunga più stimolante: quella armonica. E in tempi non sospetti, a rimarcare questa polarizzazione dell’intento musicale, non ha nascosto la convinzione quasi matematica di un raggiunto esaurimento delle possibili combinazioni consonanti capaci di imprimersi epidermicamente nell’ascoltatore/spettatore. Non stupisce dunque – letto attraverso il filtro di una simile dichiarazione di consapevolezza – che il tema principale de La Sconosciuta risuoni fin troppo familiare, tutt’altro che ricercato, forse addirittura sbozzato con facile mestiere e affidato allo spartito con istintiva routine. Inequivocabilmente morriconiano insomma, nonostante e al di là delle necessarie attenuanti stilistiche. Cresce con enfasi degna dei migliori ariosi del musicista, gira sull’impianto valzeristico che ha contraddistinto il suo segno musicale per la nostalgia in numerose altre pagine vergate in precedenza, gode della bellezza trasparente dell’orchestrazione votata agli archi e al pianoforte. Ma non è la sua migliore invenzione, non brilla per originalità e ricerca discorsiva – ma anzi ripercorre progressioni ultimamente riconsacrate con La leggenda del pianista sull’oceano – pur centrando diligentemente la dovuta funzionalità narrativa. Morricone, in effetti, si concentra su altri frangenti. L’attenzione è ancora una volta puntigliosamente riversata sul lessico “scomodo”, sulle costruzioni verticali che regolano instancabilmente il clima ansiogeno del thriller impostato da Giuseppe Tornatore, sulle commistioni ambiziose (l’elettronica sulle schegge violinistiche di “Con Scioltezza”), sulle parentesi atonali (“Le Forbici”) e, a sorpresa, sulle contaminazioni techno-rock-sinfoniche (l’anomalo “Flauto, Violino e Orchestra”). Ascoltando la cura profusa nel tratteggio della suspense - attraverso episodi sospesi e scatti in dissonanza – o ancor di più le sferzate incandescenti dei violini smodati a lacerare l’orchestra, si consolida una convergenza tra l’esperienza cinematografica e quella della musica da concerto, che le occasioni torantoriane hanno gradatamente accolto con disponibilità crescente. Forse anche per questo, con la riprova di quest’ultima collaborazione, il sodalizio tra i due autori mantiene il suo posto di riguardo nell’attuale produzione del compositore e in generale un elevato posizionamento nella lista moderna delle coppie regista-compositore.
E’ soprattutto la coerenza dialettica e l’importanza della controparte musicale nelle opere finora condivise dal tandem (musica evidente e frequente, per qualcuno addirittura eccessiva) che chiarisce la natura del palese omaggio a Bernard Herrmann proposto da Morricone, in dosi alterne, tra le battute di quest’ultimo score. Certo il film stesso, per sommi capi, rimanda a strategie hitchcockiane inequivocabili, così da impegnare il musicista in scritture di tensione caleidoscopica fin troppo affini alle musiche di Psycho (“Esercizio Di Stile”) e in parafrasi di quel minimalismo espanso tanto caro al compositore del maestro del brivido, finanche proiettando bagliori dell’immortale tema d’amore da La donna che visse due volte (“Canzone Per Dormire”, “Con Scioltezza”). Ma la volontà del rimando cinematografico, del citazionismo accorto è in realtà alla base della parternship e si spande, con fragranza più o meno insistita, dai tributi rotiani di Nuovo Cinema Paradiso a quelli de La domenica specialmente, dalle metafore strutturali sulla musica applicata in La leggenda del pianista sull’oceano ai revival del classicismo hollywoodiano in Malena. Senza che la citazione intralci però le cifre esclusive della maturazione collaborativa, come dimostrano, in questo caso, le scosse degli archi mutuate dall’incubo ultraterreno di Una pura formalità.
Niente di nuovo ma tutto di guadagnato allora. Si è guadagnato uno score complesso, non facile all’ascolto poiché simbioticamente connaturato al girato, convincente su più fronti e testimone di un’ibridazione inedita tra due personalità musicali estreme. Si è guadagnato un altro tassello di un sodalizio eccellente che fortunatamente non accenna a perdere colpi. Si è guadagnata, semmai ce ne fosse stato ancora bisogno, la certezza di un musicista dalle scelte forse discutibili, dall’approccio radicale e sovente destabilizzante, ma principalmente capace di procurarsi nuove e insospettabili sfide formali in barba ad una carriera sempre più senza paragoni.
