Mel Gibson racconta le ultime dodici ore della vita di Cristo. Un film sulla vera essenza della passione, sulla sofferenza infinita e sul profondo amore che portò ad essa. Girato in aramaico e in latino.
La Passione di Cristo
Mel Gibson racconta le ultime dodici ore della vita di Cristo. Un film sulla vera essenza della passione, sulla sofferenza infinita e sul profondo amore che portò ad essa. Girato in aramaico e in latino.
Con: Jim Caviezel, Monica Bellucci, Maia Morgenstern, Claudia Gerini, Luca Lionello
"La Passione di Cristo" racconta le ultime dodici ore della vita di Gesù di Nazareth.
Si apre nell'Orto degli Ulivi, il Getsemani. Giuda Iscariota (Luca Lionello) tradisce il suo maestro con un bacio e lo consegna al giudizio dei sommi sacerdoti che, accusatolo di bestemmia, lo condannano a morte.
Poi l'interrogatorio di Ponzio Pilato (Hristo Naumov Shopov), le beffe di Erode, la flagellazione e la tortura finché l'ignavo procuratore di Giudea, che teme il popolo, si lava le mani e lo consegna alla folla che grida: crocifiggilo.
Da ben prima del calvario della via crucis si è obbligati a vedere il corpo del Cristo martoriato dai gatti a nove code e dalle impietose fruste dei centurioni.
Arrivato al Golgota viene inchiodato alla croce (con dovizia di particolari cruenti) e subisce la sua ultima e più dolorosa prova: la paura di essere abbandonato dal Padre. Ma il Padre non lo abbandona e poco dopo accoglierà tra le sue mani lo spirito del Salvatore.
Al momento della sua morte c'è un'eclissi di sole, la terra trema, il vento si abbatte sugli uomini con sdegno e il tempio di Gerusalemme viene spaccato in due.
"Il terzo giorno è resuscitato."
La vicenda trae dai quattro vangeli gli episodi più noti e celebrati. Siamo lontani dal racconto scarno e rigoroso de "Il Vangelo secondo Matteo" di Pasolini e dalla rivisitazione provocatoria de "L'ultima tentazione di Cristo" di Scorsese. Tuttavia ci sono alcuni elementi che rendono questo film un lavoro interessante.
Gli ebrei parlano aramaico e i romani parlano il latino di strada, entrambi sottotitolati. Questo fa sì che si possa udire, per un compiacimento un po' morboso, il suono reale di ciò che Gesù disse e il suono reale di ciò che gli fu risposto. Inoltre poter "leggere" degli estratti delle sacre scritture è forse più suggestivo che sentirle recitate, o doppiate.
Ardua prova è di solito la rappresentazione del diavolo. In questo caso è Rosalinda Celentano, coperta da un mantello di sacco nero. Un'iconografia un po' troppo moderna e un po' troppo abusata, ma il suo aspetto androgino, come privo di un sesso, e la sua faccia sbiancata e inespressiva riesce miracolosamente a rendere alcuni dei presunti attributi del maligno.
Le immagini si alternano tra le strade assolate e polverose di Gerusalemme (ricostruita a Matera come fece Pasolini) e interni caravaggeschi, oscuri, che riportano alcuni flash back di Gesù e dei discepoli. Questo lacera lo spettatore, lo sospende tra il supplizio, crudo e reale, e la parabola, ancora così lontana dal sangue e dalla croce. Ma ben presto i flash back non diventano che un sollievo, una pausa, comunque troppo breve rispetto a 126 minuti di violenza inaudita, una violenza che sembra portare i segni di alcune manie fin troppo personali del regista.
Dal principio fino alla fine gli occhi dello spettatore dovranno sopportare le torture più atroci, torture che non si limitano a mostrare la tempra di ciò che fu inflitto al Cristo, ma ogni goccia del sangue che egli perse, ogni brandello di carne che gli fu strappata, ogni chiodo che gli trapassò le mani e i piedi. C'è in questo una cura talmente maniacale da risultare insopportabile.
Sopportabile sarebbe stato invece (o forse) se gli attori avessero giustificato tanta violenza con la bravura delle loro interpretazioni. E invece non è così.
La faccia della Maddalena (una Monica Bellucci più incapace che mai), quella di Giovanni e di Matteo, addirittura quella della Vergine Maria (Maia Morgenstern) non sono in grado di esprimere quel grado di dolore insopportabile, allibito, senza rimedio, che si deve provare di fronte al supremo sacrificio del Salvatore. Il desiderio di vederli soffrire di più e "meglio" è talmente forte da imporre al solo spettatore il fardello di ciò a cui assiste.
Ma questo eccesso di realismo, ottenuto per mezzo di alcuni meccanismi bacati, si scontra irrimediabilmente con la pomposità e gli eccessi della scenografia, con i rallenty e i ritmi tribali che rendono il lavoro di Gibson un "Brave Heart" delle Sacre Scritture.
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