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Film

Uno spirito libero e sensuale, una ragazza provocante e pericolosa alla ricerca di emozioni intense con cui riempire la vita.

Juliette Lewis

Juliette Lewis

Gli occhi profondi e ammiccanti hanno penetrato l’immaginario del pubblico, le mani nervose, le labbra protese all’infuori, un sublimato della sensualità innocente e perversa della ragazzina di Cape Fear, eccitata e intimorita dalla lettura clandestina di Henry Miller.
Il viso perennemente attraversato da smorfie, un carattere così deciso che a quattordici anni si recò da un giudice per ottenere l’emancipazione, e fu talmente ostinata da ottenerla per poter sfuggire alle leggi sul lavoro minorile che limitavano a non più di 5 ore il lavoro giornaliero dei giovani attori-studenti. Juliette, che la scuola non l’amava (“Se sei obbligato a studiare, non potrai mai imparare nulla”), poté così sbarazzarsi del suo tutore-guardiano imposto dalle leggi, un’ombra che sul set controlla supervisiona osserva, e dedicarsi interamente e senza vincoli alla sua passione per il cinema.
Il cinema di Juliette è una vocazione che arriva a sette anni dal padre attore, i primi passi nelle serie televisive e subito i primi ruoli, personaggi inquietanti, ovviamente. In "Vite dannate" (1990), una storia vera di abusi sesso e violenza, è Amanda Sue Bradley, il primo minorenne e ricevere la pena di morte. Il film le vale un po’ di popolarità e il fidanzamento con Brad Pitt, conosciuto sul set, al suo fianco fino al 1993.
L’aura maledetta di ragazza interrotta le si cuce addosso, il successivo ruolo è la sorella narcolettica della famiglia disastrata da tragedie incombenti di “Crooked Hearts”. Poi l’esplosione, tra le mani di un maestro come Scorsese che le consegna il personaggio ambiguo e sensuale di Danielle in “Cape Fear”.
Diciotto anni, un ruolo di primo piano accanto a DeNiro, una nomination agli Oscar e una ai Golden Globe. Ma alla torbida Juliette il successo -almeno a parole- dà fastidio: “La fama può essere molto seccante perché la gente diventa terribilmente critica nei tuoi confronti. Non puoi neanche dire ‘ciao’ che la gente subito pensa ‘Hai visto il modo in cui ha detto ‘ciao’, ma che modo di comportarsi!’”.
La sua sensualità ammiccata ha modo di esprimersi in “Mariti e mogli”, dove interpreta la studentessa intrigante che seduce Woody Allen, il suo professore, ma ben presto è la strada che diviene il regno virtuale in cui si muovono i suoi personaggi al limite. Al limite della follia, della perdizione, della disperazione, storie on the road di quotidiana rovina. In “Kalifornia” è la semi demente rapita dal cruento omicida Brad Pitt, in “Natural Born Killers” è l’assassina che in coppia con Woody Harrelson semina morte e cadaveri attraverso il desolato Southwest.
Una pausa nel suo sanguinoso vagare con “Buon Compleanno Mr Grape”, parentesi mielosa ma lieve e delicata sull’importanza della famiglia e sulla voglia di tenerezza, prima di passare, dagli assonnati scenari del Midwest, all’allucinata cornice di una Los Angeles furibonda e dilaniata dall’isteria di massa del passaggio del millennio in “Strange Days”. La sua indimenticabile rivisitazione di “I can hardly wait” di P.J. Harvey rimane una delle chicche di questo splendido e inquietante film.
Da “Cape Fear” a “Dal tramonto all’alba”, la bravura della Lewis nell’interpretare storie torbide e polverose rimane indiscussa, così come indelebile e fissa rimane l’immagine di sé che attraverso i film si è ritagliata: uno spirito libero e sensuale, una ragazza provocante e pericolosa alla ricerca di emozioni intense con cui riempire il vuoto desolante della vita: “Non voglio essere famosa come stella del cinema e avere il mondo intero ai miei piedi. Voglio essere un’attrice creativa. Voglio lavorare con gente che mi faccia fare il mio lavoro al meglio, senza i riflettori puntati addosso.”




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