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Il gangster che sapeva ballare

John Travolta

John Travolta

Quarantasettenne appesantito dal suo dichiarato amore per la buona cucina, John Travolta è attualmente fra i volti più rappresentativi del nuovo gangster film, così come, alla fine degli anni Settanta, era stato l’incarnazione ideale di tanti ribelli senza causa che, a colpi di soft rock e brillantina, si volevano riconoscere nei protagonisti dei film di danza allora in auge. Nel mezzo, scelte poco azzeccate lo avevano radiato dalle volubili preferenze del pubblico, ma in fondo chi può resistere a lungo a quel sorriso largo stampato sui mascelloni generosi, allo sguardo celeste, alla giovialità italoamericana che gli sprizza da tutte le fossette? In effetti, il piccolo John sembra a tutti, fin da subito, un predestinato al successo: se ne accorge la madre, che lo manda a lezione di danza e recitazione quando ancora la famiglia Travolta, otto membri, divide tre camere da letto a Englewood, New Jersey. Con la benedizione paterna, a sedici anni John molla gli studi e va a New York per fare l’attore. Qualche pubblicità, un serial TV di enorme successo, l’esordio sul grande schermo in “Carrie” di Brian DePalma: è uno dei perfidi compagni di scuola della protagonista e contribuisce a scatenarne le ire telecinetiche. Prima ancora di compiere venti anni, Travolta già guadagna abbastanza da potersi permettere il suo primo aereo (attualmente ne possiede cinque), ma probabilmente neppure nei sogni più rosei di mamma Hellen era stata ipotizzata la popolarità planetaria che il nostro si guadagna nel 1977 con “La febbre del sabato sera” di John Badham. Tony Manero che indossa il completo immacolato prima di dirigersi dondolante in discoteca per sparare l’indice verso il cielo, fra luci colorate e canzoni dei Bee Gees, diventa un idolo dei teen-ager e dà il via alla dancemania dei primi anni Ottanta. I vari “Flashdance” e “Footloose” vengono tutti da lì e anche “Staying Alive”, con cui Stallone cerca di bissare il successo di Badham nel 1983, altro non è che la stracca ripetizione di un canovaccio ormai consunto. Nel frattempo Travolta ha dato vita ad un altro personaggio che fa breccia nei cuori dei giovani spettatori: è Danny Zuko di “Grease”, che domina uno squadrone di studenti ballerini in un film che sfrutta il facile successo dell’ambientazione campus e fa leva sulla nostalgia per un’epoca, gli anni Cinquanta, che così dorata non è mai stata neppure al cinema. Non replica il successo con “Urban Cowboy” e con il pur bellissimo “Blow Out” di Brian DePalma. Travolta, che viene spesso accusato di non avere fiuto nello scegliere i progetti che gli sottopongono, negli anni Ottanta rifiuta “American gigolò”, “Il padrino III” e “Ufficiale e gentiluomo” ed infila invece una serie di fiaschi, da “Due come noi” a “Perfect”. Per riappacificarsi con il pubblico gli basta la serie dei “Senti chi parla”; a riscattarlo definitivamente ci pensa Quentin Tarantino. L’ex commesso di un videonoleggio che ha esordito con Le iene adora Travolta e gli cuce addosso il personaggio di Vincent Vega, killer grassoccio, placido ed intorpidito dall’eroina che si scatena sul palco di un night insieme ad Uma Thurman, rinverdendo vecchi fasti in “Pulp Fiction”. Seguono “Get Shorty”, “Broken Arrow” e “Face Off: ormai votato al film d’azione e al gangsteristico, Travolta con “Swordfish” di Dominic Sena conferma di trovarsi a proprio agio nei panni del cattivo, come un tempo in quelli dell’angelo disperato delle discoteche di Brooklyn. Pienotto ed unto di capelli, ma sempre fascinoso, Travolta è passato dall’iperrealismo anni Settanta alla postmodernità attuale che vive con agio permettendosi all’occasione di citare se stesso, l’altro se stesso, come pochi altri simboli pop possono fare.
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COMMENTI:
  • Ilenia
    giovedì 8 marzo 2001
    ore 0:00
    Nell'articolo non viene fatto alcun riferimento al film "Phenomenon", che secondo me è molto bello; inoltre non è citato neppure il recente "La figlia del generale". Contrariamente a quanto messo in evidenza nell'articolo per altri film recenti, in questi due film il protagonista è decisamente un 'buono', quindi viene meno la tesi conclusiva in cui si attribuisce all'attore un particolare talento per i ruoli malvagi.
  • Ilenia
    giovedì 8 marzo 2001
    ore 0:00
    Nell\'articolo non viene fatto alcun riferimento al film \"Phenomenon\", che secondo me è molto bello; inoltre non è citato neppure il recente \"La figlia del generale\". Contrariamente a quanto messo in evidenza nell\'articolo per altri film recenti, in questi due film il protagonista è decisamente un \'buono\', quindi viene meno la tesi conclusiva in cui si attribuisce all\'attore un particolare talento per i ruoli malvagi.
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