"Malena"

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Festival

"Malena" di Tornatore "Le fate ignoranti" di Ozpetek

I film italiani in concorso.

"Malena"

E’ tempo di verifiche per il cinema italiano. Il Festival di Berlino è ormai iniziato e non è un caso che uno dei due film chiamati a rappresentarlo sia una pellicola emblematica di una regia che, muovendo dall’atmosfera regionale e concitata di un paesino della Sicilia, si proponga come veicolo di diffusione di una cultura cinematografica destinata ad un pubblico internazionale. Il senso di “Malena” di Giuseppe Tornatore sta pertanto anche qui, a livello della sua portata transnazionale. Del resto, in questa ottica, non stupisce che il film sia stato realizzato alla luce della proficua collaborazione della Medusa con la Miramax, rinomata casa di produzione americana che si occupa della distribuzione dei lavori italiani nel mercato statunitense. L’intercessione della Miramax di per sé è garanzia di successo e poco importa se l’ultima opera del cineasta siciliano abbia mancato l’obiettivo dei Golden Globe: come in ogni parte del mondo, anche in USA, la vera prova del nove è quella del botteghino e in questa direzione il successo di “Malena” è ormai da tempo ampiamente dichiarato (basti pensare al superamento della soglia del milione di dollari di incassi nel solo giorno di Natale o all’incremento produttivo ad oltre cento copie per la diffusione del lavoro in tutto il territorio nordamericano). Ma, come si diceva, ora è il momento di ottenere le opportune rivincite entro il continente europeo, sfatando un tabù ormai durato quasi dieci anni, alla ricerca di quell’Orso d’oro che tanto significherebbe per la cinematografia nostrana. L’occasione è quanto mai allettante: Tornatore è un regista che sa muovere la macchina da presa e anche molto bene. La sua abilità nel girare consiste nel coniugare perfettamente l’innata padronanza tecnica del mezzo cinematografico con la pronunciata indole artistica ad immortalare i sentimenti e le emozioni nelle immagini rappresentate. Al di là delle forzature narrative e delle licenziosità storiche, andando oltre il taglio intenzionalmente volgarizzato dei dialoghi tra i personaggi di Castelcutò, “Malena” è espressione vivida di un cinema didascalico e calligrafico che si esplica attraverso l’intensità dei messaggi trasmessi da ciascun fotogramma. Non ci troviamo più al cospetto di quell’ottica della ridondanza che tanto aveva contribuito a determinare il successo di “Nuovo cinema paradiso”. Né siamo di fronte a quel generoso ed impegnativo manierismo old style che mutuava il sapore dolente de “La leggenda del pianista sull’oceano”, dall’enfatica necessità di sostenere l’importanza della narrazione scritta (di qui la celebre frase di Max-Pruitt Taylor Vince “Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia e qualcuno a cui raccontarla”). Con la vicenda del piccolo Giuseppe Sulfaro e dell’incantevole Monica Bellucci, invece, i contorni del melodramma popolare si arricchiscono del deja vù metacinematografico, oltre che di una bellezza autocontemplativa ed estetizzante. Nel dipingere e caratterizzare i personaggi della storia, poi, le scelte stilistiche non sono così lontane da quelle effettuate dal Tornatore de “L’uomo delle stelle”. Tuttavia, la lenta ed anacronistica aneddotica della prima parte di “Malena”, finisce per determinare una lenta e graduale agonia dello spettatore che, suo malgrado, finisce per naufragare inevitabilmente nell’oblio dei ricordi pseudo-storici di un gruppo di abitanti dipinti in modo caricaturale. Un aspetto deficitario, questo, che potrebbe dunque pregiudicare la valutazione finale della pellicola alla kermesse tedesca, relegando ancora una volta alla memoria passata la scena di un trionfo che da più parti è reclamato a viva voce.
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