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Vincitore di due premi Oscar, Ugo Pirro, esprime le sue considerazioni sullo stato attuale del cinema italiano
Ribellarsi agli stereotipi
Vincitore di due premi Oscar, Ugo Pirro, esprime le sue considerazioni sullo stato attuale del cinema italiano
Rinnovare lo stile e le strutture narrative che ormai sono diventate un po’ obsolete. Per esempio tutti i film orientali sono senza back-ground. I personaggi non hanno un passato o comunque non è importante ai fini della storia. Il personaggio è quello che serve in quel momento. Invece il cinema italiano ha bisogno di contestualizzare i suoi personaggi. Che poi alla fine vuol dire enfatizzare. E questo dipende dal fatto che c’è un ritardo nella ricerca di nuove forme espressive. In Italia purtroppo non ci sono maestri in questo senso. Esistono dei casi isolati che però non fanno scuola. Moretti è un regista interessante ma non si può partire dai suoi insegnamenti. Benigni è geniale, ma unico nel suo genere. Invece da un De Sica si poteva apprendere molto di più.
Insomma, ci troviamo di fronte ad un cinema un po’ appiattito. Riesce ancora ad appassionarsi di fronte a un film?
No, non riesco ad appassionarmi molto, anzi, le dirò di più: mi annoio. Certe volte mi distraggo e penso ad un altro film. E’ come se ci fosse uno sdoppiamento. E poi il mio sguardo non è come quello di uno spettatore comune che vede un film nella sua totalità. Per me guardare un film è come vedere una cosa al microscopio, è una deformazione professionale.
A quale regista proporrebbe oggi un suo soggetto?
Questa è una bella domanda. Non ho una risposta. Sono molto incerto, perché non so chi potrebbe accettare un mio lavoro. Vede, qualche anno fa se io proponevo un progetto a Elio Petri, lui lo faceva. Oggi non è più così perché c’è disinteresse da parte del pubblico. La gente non va a vedere i film italiani e questo non dà potere né ai registi né ai produttori.
Sempre ne "I protagonisti" di Altman un personaggio chiede agli sceneggiatori di descrivere le loro opere in sole 25 parole. Lei come risponderebbe?
In Italia c’era chi vendeva la propria sceneggiatura soltanto parlando, cioè vendeva l’idea. Io forse all’inizio avevo una certa capacità di affabulazione. Ora non ho più voglia. Preferisco scrivere, poi magari le mie opere rimangono lì.
Mi sembra un po’ disincantato verso il cinema di oggi.
Si, è così. Anche perché è difficile avere dei dialoghi costruttivi. Io con De Laurentis ci facevo delle grandi litigate. Se avevo una idea buona veniva messa in atto. Se oggi espongo un progetto alla televisione e mi trovo a dover controbattere su qualche punto, il dialogo finisce lì. Si offendono. E non si fa più niente.
Forse una volta si aveva la forza di rischiare di più.
Si, i vecchi produttori erano dei grandi giocatori e non a caso andavano sempre al casinò. E poi avevano la grande capacità di annusare le storie. Di capire quali erano i soggetti che sarebbero potuti piacere anche all’estero. Oggi si pensa soprattutto a riempire il botteghino italiano.
E’ difficile fare cinema oggi?
Si, i giovani hanno sicuramente problemi seri, non sanno a chi rivolgersi. La produzione ha bisogno di coprirsi le spalle perché il mercato non c’è e i rischi sono troppi. Quindi se non c’è un finanziamento statale o la copertura della televisione il film non si fa.
Che progetti ha in futuro?
Sto lavorando a un film tratto da un mio soggetto che si intitola "Persone che scompaiono". Ho pensato ad una situazione televisiva. Ma in maniera critica, ovviamente. Così bisogna fare. E i giovani devono ribellarsi a quelli che sono gli stereotipi.
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