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Film.it incontra Stefano Dionisi, un attore a metà tra l'America e l'Europa
Intervista a Stefano Dionisi, star italoamericana
Film.it incontra Stefano Dionisi, un attore a metà tra l'America e l'Europa
Eppure di strada ne ha fatta Dionisi. Nato a Roma il 1° ottobre 1966, a ventun anni debutta nel film "TV Rose" (Tommaso Sherman,1987) e due anni dopo compare per la prima volta sul grande schermo in "Il segreto" (Francesco Maselli, 1989). Dal 1992, quando interpreta Eugenio in "Verso sud" (opera prima di Pasquale Pozzessere, 1992) la strada è in discesa. Il cinema italiano non è la sua unica strada: lavora spesso in America, ma la sua patria non scompare e, con lei, rimangono nel cuore i film girati con Pupi Avati, Roberto Faenza, Francesco Rosi. La consacrazione è nel 1994 quando vince il Premio Speciale David di Donatello "per le sue affermazioni nell’ambito del cinema giovane italiano".
Il successo non sembra dargli alla testa. Il volto è quello di un ragazzo semplice che ha comunque alle spalle una vita dura, tipica dell’attore. Disponibile a un’ultima chiacchierata prima di andare a mangiare (sono già le 14,30), si siede con una sigaretta e si lascia andare.
Chi è Stefano Dionisi?
Stefano Dionisi è un attore di 34 anni che fa questo mestiere da 14 anni e che cerca di farlo nel miglior modo possibile.
Qual è la differenza tra uomo e attore?
In realtà non c’è molta differenza. Forse voi non ve ne accorgete. Tutti i personaggi che io interpreto sono simili, io racconto sempre la stessa storia. Il mio viso non è legato al fatto che io penso le cose che pensa un personaggio. In realtà alla base ci sono le cose che mi hanno martoriato e quelle che mi hanno fatto felice.
Qual è la cosa che ti ha reso più felice?
La nascita di mio figlio.
Cosa ti annoia?
Per esempio le conferenze stampa.
E cosa non ti annoia?
Il dialogo con i giovani, con i ragazzi tra i 15 e i 20 anni. Perché non li conosco e voglio sapere quali sono i loro pensieri, i loro desideri. Sono molto curioso.
Nella tua carriera hai già interpretato il ruolo di padre. Ti piacerebbe interpretare il ruolo di un giovane?
No, ormai è tardi. Forse potrei farlo ancora per due anni, ma se non si sbrigano a darmi un ruolo del genere non sarò più in tempo.
Che differenza c’è tra lavorare in Italia o all’estero?
Sui 10 milioni di dollari di differenza di badget. All’estero è più facile trovare delle grandi sceneggiature. Per esempio è molto più semplice fare dei film sul‘300. In questo caso è innegabile che le storie e i personaggi diventano molto più importanti, perché si possono ricostruire, con grandi somme di denaro, dei periodi storici che in Italia non sarebbe possibile vedere.
Ti piace lavorare nel tuo paese?
Si, abbastanza. Ho meno problemi con la lingua. Con il francese mi trovo bene ma con l’inglese ho molti problemi. Vi assicuro che recitare in inglese, impersonando un grande personaggio, non è cosa semplice.
Con quale regista ti piacerebbe lavorare in Italia?
Ce ne sono tanti. Da Tornatore a Mazzacurati, da Salvatores a Giordana.
Ti è piaciuto "I Cento passi"?
Moltissimo perché non conoscevo la storia e, non leggendo le critiche, vado al cinema pulitissimo. E’ stata una sorpresa.
Cosa manca al cinema italiano?
Mancano le idee e se l’idea c’è mancano i soldi. E’ un cane che si morde la coda. Si possono pescare idee dal passato, ad esempio. Solo all’estero riescono a mettere in piedi delle produzioni da 10 milioni di dollari."Il Partigiano Johnny" è considerato un film high-budget, ma in America sarebbe un low budget. Se in questo film non ci sono scene con eserciti o grandi truppe di soldati, c’è un motivo. Sarebbe costato troppo.
Ti piace la televisione?
Guardo solo Rai3. Per il resto è un disastro. A livello personale non mi interessa. Bisogna studiare troppo. Giorni e giorni di studio e solo alla fine si comincia a registrare.
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