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Interviste

Abbiamo incontrato il regista Benjamin Ross in occasione dell’uscita nelle sale di “RKO 281”, il film, prodotto dalla tv americana HBO, che narra la storia della realizzazione del leggendario capolavoro di Orson Welles, “Quarto potere”.

Un inglese a Hollywwod

Intervista a Benjamin Ross

Abbiamo incontrato il regista Benjamin Ross in occasione dell’uscita nelle sale di “RKO 281”, il film, prodotto dalla tv americana HBO, che narra la storia della realizzazione del leggendario capolavoro di Orson Welles, “Quarto potere”. Inglese di nascita e formazione culturale (studi a Oxford), Ross parte alla volta degli Stati Uniti vincendo una borsa di studio che gli permette di studiare cinema alla Columbia University e nientemeno che con Emir Kusturica. Tornato in patria conosce l’affermazione internazionale con una divertente commedia nera, “Il manuale del giovane avvelenatore” (1995), film che lo presenta ad Hollywood: quando Ridley Scott abbandona il progetto di “RKO 281”, è lui a subentrargli, anche se spostando comunque le locations a Londra. In cantiere per il 2001 c’è “Jack Sheppard and Jonathan Wild”, con Harvey Keitel e Tobey Maguire e prodotto di nuovo in Gran Bretagna.

Perché è stato scelto un film di finzione e non un documentario per rievocare la storia di “Quarto potere”?

B.R. “Non era nelle nostre intenzioni girare un documentario di carattere storico e per questo ci siamo attenuti il più possibile ai fatti, almeno come noi li conoscevamo: ci sono infatti molte controversie e incertezze relative al film e non tanto su quanto sia successo ma su chi sia responsabile di cosa. Poi ho cercato di realizzare una sorta di allegoria su come si gira una pellicola e l’ho fatto scegliendo di raccontare la storia di un film incredibile, meraviglioso come “Quarto potere”, che rappresenta il paradigma del fare cinema e che quindi trascende il periodo storico a cui appartiene e vale per sempre.
La mia intenzione non era alimentare le discussioni che circondano “Quarto potere”, ma realizzare qualcosa che avesse una sua intensità drammatica, cosa possibile solo se, a livello emotivo, ti identifichi con il personaggio. Ho utilizzato quindi i fatti noti della storia del film, ma anche spunti apocrifi, come la storia sull’origine della parola “Rosabella”".

Qual è stata la reazione dei fan di Welles alla notizia della realizzazione del suo film?

B.R. “Volevo raccontare con questo film la gioia, l’effervescenza del fare cinema ed, essendo un grande fan di Orson Welles, volevo che la sua memoria non venisse tramandata solo da intellettuali e studiosi, cosa che trovo abbastanza noiosa. La mia intenzione era quella che fosse vivo anche nella mente della gente comune.
Quando ho accettato il progetto si è creato intorno al film molto scetticismo, soprattutto da parte dei cultori di Welles, che dicevano “come osa costui!”, “come può permettersi di realizzare un film su un artista intoccabile come Welles?”. Questo è un atteggiamento che io detesto. Per me invece fare un film popolare su Welles è un modo alla Welles di fare film. Per i suoi fan, il grande regista americano è un’icona intoccabile, per me invece è stato importante realizzare un film per farlo scendere da questo piedistallo. Quelli poi che a Hollywood lo adorano avrebbero potuto dargli lavoro quand’era in vita, cosa che invece non hanno fatto! Peter Bogdanovich o Joseph McBride, due dei migliori conoscitori di Welles, hanno apprezzato molto il film.
È triste comunque il fatto che in America a vederlo siano state più persone di quelle che hanno visto “Quarto potere”! Ma mi auguro che “RKO 281” li spinga a tornare indietro e a scoprire il capolavoro di Welles: questo è uno degli scopi principali alla base di tutta l’operazione”.

Ha mai pensato, per la parte di Orson Welles, di ingaggiare Vincent D’Onofrio, che ha già vestito i panni del regista in “Ed Wood”?

B.R.“Ho incontrato tutti i giovani attori americani che potessero interpretare questo personaggio. Ho incontrato anche Vincent D’Onofrio, così come Oliver Platt. Ma fin dall’inizio sono stato assolutamente determinato a non realizzare un “look-like movie”, cioè un film con attori dallo stesso aspetto fisico dei loro personaggi, che sarebbe risultato estremamente noioso, con il pubblico a discutere somiglianze più o meno riuscite. Quello che volevo dall’inizio era trovare un buon attore che potesse rappresentare l’essenza di Orson Welles, non l’aspetto esteriore e potesse rappresentare la sua vita, quello che lui è nella sua forza spirituale. E credo che abbia funzionato: se uno entra al cinema e mette da parte pregiudizi come quello della somiglianza, entra nel film nel modo migliore. Tra l’altro Vincent D’Onofrio, anche da un punto di vista anagrafico, è troppo vecchio: quando abbiamo girato il film aveva 39 anni, mentre avevamo bisogno di un attore che interpretasse un personaggio dell’età di 24, uno agli inizi della carriera, sufficientemente matto e spregiudicato per portare avanti questa lotta fra Davide e Golia”.

Viste le disavventure produttive che racconta nel film, qual è stato il suo rapporto con i produttori di “RKO 281”?

B.R. “Fare un film non è come scrivere una poesia: stai realizzando qualcosa nella quale hai a che fare con i soldi e con il potere dei soldi, che sono poi soldi degli altri! C’è sempre, quindi, un sottofondo politico. Doppiamente vero per questo film, fatto a Hollywood su Hollywood. Oltretutto il budget iniziale era di 80 milioni di dollari poi è calato a 10. Ma il motivo è semplice: il regista che doveva girarlo era Ridley Scott. Ma quando lui si rese conto che non avrebbe fatto lui la regia di questo film, decise di fare il produttore, ingaggiando me sulla base del mio primo film, “Il manuale del giovane avvelenatore”. Il progetto mi è stato affidato globalmente, ho anche riscritto la sceneggiatura e ho girato per conto mio mentre lui era impegnato sul set de “Il gladiatore”".

Definirebbe comunque il suo un film hollywoodiano?

B.R. “Questa è Hollywood e questo è un film hollywoodiano, anche se è stato girato a Londra e per la televisione: è Hollywood perché Hollywood non è un luogo fisico ma uno status mentale, è soldi, egemonia. Io lavoro a Hollywood ed è fantastico lavorarci perché se riesci a sopravvivere disponi di tantissime risorse. In fondo, tutti i registi vorrebbero lavorare a Hollywood, anche quelli che dicono il contrario!”

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