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Interviste

Dai film di Kung fu a "Mission Impossibile" è diventato uno dei registi più ricercati dall'industria americana.

Intervista a John Woo

Dai film di Kung fu a "Mission Impossibile" è diventato uno dei registi più ricercati dall'industria americana.

“Windtalkers” rappresenta l’inizio di un nuovo corso per lei?

Nel corso della mia carriera ho realizzato film di tutti i tipi: commedie, gangster-movie, film di kung fu. Dopo “Mission:Impossible” avevo voglia di cambiare: volevo realizzare qualcosa di diverso, anche di più serio. Sono rimasto molto colpito dalla storia dei “Code-talkers”, in quanto non la conoscevo: ho pensato fosse giusto raccontare la storia di questi Navajo.

Questa sua ultima fatica ha molti punti di contatto con un altro suo capolavoro, “A Bullett in the Head”…

J.W.. – E’ vero, ci sono dei punti di contatto, ma anche di differenza. Mentre l’altro lo avevo girato con una grande rabbia interiore, dovuta soprattutto alla situazione politico-sociale in cui versava il mi paese in quel periodo, quest’ultimo lungometraggio l’ho diretto con maggiore senso di responsabilità, poiché raccontando una storia vera avevo la responsabilità di raccontare un pezzo di storia realmente accaduto. Il contatto maggiore si trova nel fato che, come in “A Bullet in the Head”, anche in “Windtalkers” ho raccontato una storia di amicizia, che per me è uno dei temi fondamentali del mio cinema. In “A Bullet in the Head” avevo cercato di esplorare quanto la guerra riuscisse a minare questo sentimento: tutta la prima parte del film si può dire che sia autobiografica, in quanto anche io ho vissuto, insieme ai mie amici più cari, tutte le fasi e le emozioni negative di quel periodo. La seconda parte invece è più propriamente un film d’avventura, una storia di guerra e tradimento che cambia tutti i personaggi. Entrambi i film, attraverso la figura dell’antieroe, contengono un messaggio contro la guerra, che io odio. La guerra rovina tutto, compreso l’animo umano, e per questo l’amicizia può essere di aiuto.

“Windtalkers” sembra più personale rispetto agli atri suoi film girati in America?

J.W. – I personaggi principali del film esprimono in tutto e per tutto il mi punto di vista sulle vicende narrate. Per questo, forse, stavolta ho fatto un film più personale. Ovviamente, non ho dimenticato la vicenda dei “Code-talkers” e della storia, quella intesa con la “s” maiuscola. Allo stesso tempo però ho cercato di fare un film più umano, anche rispetto ai soliti prodotti di guerra hollywoodiani, e mi sono preoccupato dei personaggi e di come la guerra cambia le loro relazioni, la loro amicizia.

Per tutto il film al nemico, cioè i giapponesi, non viene quasi mai concessa parola. Come spiega questa scelta?

J.W. – Ho scelto di rendere i giapponesi “invisibili” perché il vero nemico nel film è interno ai protagonisti stessi; il protagonista, Joe Anders, cerca di sconfiggere il demone che alberga dentro di lui, e quindi di redimersi. Anche all’interno del gruppo ci sono alcuni conflitti, come ad esempio le differenze razziali tra bianchi ed indiani.
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