Philadelphia, 1976. Il trentenne Vince Papale (Mark Wahlberg) sta vivendo un periodo particolarmente complicato, così come i suoi amici e la sua città in generale. Sua moglie lo ha lasciato, e la sua condizione economica lo costringe a lavorare come barista nel locale dei suoi amici. Allo stesso modo, anche la squadra di football dei Philadelphia Eagles sta vivendo un brutto momento: da undici anni non ottiene risultati, ed i suoi tifosi la stanno abbandonando. Il nuovo allenetore-capo, Dick Vermeil (Greg Kinnear), decide di aprire fare dei provini aperti a tutti per cercare qualche talento sconosciuto. Spinto dagli amici ma non troppo convinto di potercela fare, Vince partecipa e viene inaspettatamente preso in squadra. La vicenda del suo successo personale si trasformerà ben presto in una delle pagine più toccanti della storia della NFL.
Esordio dietro la macchina dal presa del direttore della fotografia Ericson Core – sue tra le altre le immagini di “Daredevil” (id., 2003), “Mumford” (id., 1999) e “Payback” (id., 1999) – il film ha incassato quasi 60 milioni di dollari sul solo mercato statunitense, confermando la bontà almeno commerciale del filone revival-sportivo di questi ultimi tempi. Anche se le scene degli incontri, soprattutto quelle della sfida finale, funzionano e sono girate con discreto gusto dell’inquadratura, per il resto “Imbattibile” si rivela un’opera farraginosa nella realizzazione, e del tutto scontata nello sviluppo drammatico. La sceneggiatura scritta da Brad Gann caratterizza tutti i personaggi in modo a dir poco approssimativo, in particolare un protagonista che sembra completamente spaesato ed agisce quasi per caso, senza alcuna apparente motivazione forte. Anche la costruzione drammaturgica del plot è piuttosto superficiale, e non viene certo aiutata da un montaggio che per dare ritmo al tutto accelera molte scene di approfondimento psicologico rendendole pressoché inutili. Da parte loro, Wahlberg, Kinnear e la Banks interpretano i rispettivi ruoli con quella che appare una certa pigrizia di fondo.
“Imbattibile” alla fine si
presenta come un lungometraggio confezionato secondo un’idea di cinema
abbastanza approssimativa, che tenta di sfruttare senza riuscirci le
fascinazioni della messa in scena d’epoca e la romanticizzazione della solita
“storia americana” dell’uomo qualunque, che ottiene successo e diventa simbolo
di redenzione di una città (guarda caso la stessa Philadelphia di Rocky, che
guarda caso vide iniziare la sua storia cinematografica proprio nel 1976).
Poco interessante, quasi mai coinvolgente, “Imbattibile” difficilmente riuscirà a conquistare anche il pubblico italiano, decisamente meno coinvolto da uno sport radicato nella cultura americana. A parte questo discorso poi di certo non aiuterà l’effettiva qualità della pellicola, senza dubbio non eccelsa.


Ericson Core



