Per entrare nei meccanismi consolidati del cinema americano, le pellicole dell'orrore provenienti dal sud-est asiatico sfruttano la politica hollywoodiana del 'remake aggiornato'
Il non-horror asiatico
Per entrare nei meccanismi consolidati del cinema americano, le pellicole dell'orrore provenienti dal sud-est asiatico sfruttano la politica hollywoodiana del 'remake aggiornato'
Uno dei fenomeni cinematografici più rilevanti di questi ultimi tempi è senza dubbio l’'invasione' del mercato occidentale da parte di pellicole dell’orrore provenienti dal sud-est asiatico; un nutritissimo numero di opere ha infatti decretato il successo artistico e commerciale di questa tendenza, che ha successivamente sfruttato la politica hollywoodiana del 'remake aggiornato' per entrare in qualche modo anche nei meccanismi consolidati del cinema americano.
Pensiamo a lungometraggi di successo come “The Ring” (id., 2002) di Gore Verbinski o “Dark Water” (id., 2004) di Walter Salles, entrambi rifacimenti – ovviamente riproposti secondo l’estetica ed il gusto statunitensi – di due omonimi di Hideo Nakata.
Se dal punto di vista prettamente cinematografico quest’ondata di horror asiatici possiede sicuramente molte e notevoli qualità, soprattutto dovute ad un grosso lavoro di stilizzazione nei tempi narrativi e nella gestione della tensione, quello che - a mio avviso - costituisce invece un certo impaccio nella loro completa riuscita sta nell’ideazione della storia. Nella stragrande maggioranza dei casi assistiamo, infatti, ad una trama che tende in maniera eccessiva a razionalizzare l’elemento sovrannaturale, il 'male' che si scatena a che da inizio alla storia: la struttura narrativa prevede sempre un’invasione dell’elemento malefico all’interno di un universo umano all’inizio inconsapevole, quindi man mano che gli snodi narrativi si sciolgono invece sempre più responsabile dell’avvento del 'male'.
Se usiamo come esempio quest’appena uscito, affascinante “Shutter” (id., 2004), non possiamo non notare come la sua struttura narrativa cerchi di razionalizzare la componente orrorifica inserendola in un contesto etico e soprattutto logico che ne giustifichi in qualche modo l’intervento vendicatore. Questo processo che potremmo chiamare di 'giustificazione' dell’orrore in qualche modo secondo me ne attenua proprio la portata spaventosa: il male è tanto più terrificante quanto più irrazionale, casuale, sconnesso da qualsiasi possibile connessione logica.
Il cinema americano del passato aveva pienamente compreso questa fondamentale distinzione, arrivando ad inserirla in pellicole tra loro assai diverse per tematiche orrorifiche e iter produttivi; dall’indipendenza totale du un cult come “La notte dei morti viventi” (Night of the Dead, 1968) di George A. Romero ad una super-produzione come “L’esorcista” (The Exorcist, 1973) di William Friedkin, l”altro, l’essere sovrannaturale e mostruoso arriva ad attaccare lo status quo senza nessuna apparente logica di causa/effetto – o meglio, di azione/reazione - , producendo in entrambi i casi capolavori di atmosfera e di tensione palpitante.
Anche un’opera più disomogenea e forse sopravvalutata come l’altro cult “Non aprite quella porta” (The Texas Chainsaw Massacre, 1974) verte su una minaccia che ha in se stessa il proprio motivo di essere, e non viene a rispondere a qualche imput esterno generato dalle stesse vittime.
Orrore come male che attacca la normalità senza criterio alcuno, in maniera irrazionale e quindi ancor più violenta: questo è l’elemento che l’horror asiatico ha in qualche modo messo da parte, contaminando il genere con un surplus di circolarità narrativa che appartiene forse più ad altri generi,,non a caso, presenti in filigrana in tutte queste pellicole, vedi ad esempio il melodramma.
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