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Festival

La due giorni conclusiva del festival si è aperta, al solito, all’insegna delle chiacchiere e delle scommesse (il ‘totoleone’), ma quel che rende unica l’edizione 2002 è stata una contraddizione apparentemente ‘esplosiva’.

Il Festival delle contraddizioni?

La due giorni conclusiva del festival si è aperta, al solito, all’insegna delle chiacchiere e delle scommesse (il ‘totoleone’), ma quel che rende unica l’edizione 2002 è stata una contraddizione apparentemente ‘esplosiva’.

La due giorni conclusiva del festival si è aperta, al solito, all’insegna delle chiacchiere e delle scommesse (il ‘totoleone’), ma quel che rende unica l’edizione 2002 è stata una contraddizione apparentemente ‘esplosiva’. Erano appena stati presentati tre film molto particolari, accomunati da un impegno fuori dal comune nel riflettere sui guai del mondo occidentale e la notizia si è sparsa come una bomba. Mentre il grande pubblico dei festivalieri rifletteva su “11’09’’01 September 11”, “The Tracker” e “Dirty Pretty Things”, scambiando commenti, impressioni e soprattutto consigli, l’ombra lunga del più xenofobo tra i leader politici europei ha coperto il campo. “Davvero c’era Haider?” “Invitato?” “Ma da chi?” “Alla cena per Antonioni?” “E gli altri invitati?” La storia in breve ha fatto breccia. All’Hangar dove Cinecittà Holding aveva preparato una sontuosa serata con raffinatissima cena offerta ai soli invitati si è presentato lui, il governatore della Carinzia, leader della destra xenofoba austriaca. I convitati pare siano rimasti di sasso anche se nessuno ha avuto il coraggio di arrivare al gesto plateale del regista Rolf de Heer, che ha prontamente abbandonato la serata dichiarando di non voler condividere ad alcuna condizione il suo spazio e il suo tempo con un individuo del genere. Si è poi saputo che non era stata Cinecittà Holding a invitare Haider, ma ormai poco importava. E il pubblico dei festivalieri ha accolto con grande piacere la reazione di de Heer. Altro che sparlare del direttore de Hadeln, ben altra stavolta la notizia. “The Tracker” e la coerenza del suo regista hanno colpito gli appassionati. La storia di bianchi emigrati in una terra di neri aborigeni e dediti a una spietata caccia all’uomo è restata ancor più impressa. E non solo per la figura della guida aborigena (David Gulpilil) che dovrebbe condurre i bianchi nel complicato spazio dell’outback australiano e che oggi viene addirittura percepita in odor di Leone. Bensì per la storia nel suo complesso, per l’accusa articolata contro una xenofobia feroce che cresce paradossalmente in terra altrui. Restano comunque motivo di riflessione “11’09’’01 September 11” e “Dirty Pretty Things”. Nel primo, l’episodio raccontato da Ken Loach è stato da molti considerato alla stregua di un piccolo capolavoro con il suo sguardo puntato sui trentamila morti del golpe voluto dagli statunitensi in Cile l’undici settembre di diciannove anni fa. Il secondo, con la nota raffinatezza del regista (Stephen Frears), tutto concentrato sui drammi invisibili di una società ‘politically correct’ e spietata al tempo stesso. La presenza di Audrey Tautou (protagonista de “Il fantastico mondo di Amelie”) non smorza affatto i toni della tragedia concernente il traffico d’organi, tragedia purtroppo comune nella nostra società (la città del film è Londra). Riflessioni critiche del mondo occidentale oscurate da Haider? In fondo, altro che contraddizioni! Semmai conferme. Tristi conferme dei terribili problemi con cui la nostra società si trova ormai inevitabilmente a dover fare i conti.
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