courtesy of © Gallimard, Paris
I luoghi più scuri e paurosi dei film di Hitchcock sono stati ripresi dai quadri di Léon Spilliaert, George Grosz, Salvador Dalì o De Chirico. Una galleria di immagini che permettono allo spettatore di sentirsi parte della scena del delitto
La spettacolarizzazione del mondo
I luoghi più scuri e paurosi dei film di Hitchcock sono stati ripresi dai quadri di Léon Spilliaert, George Grosz, Salvador Dalì o De Chirico. Una galleria di immagini che permettono allo spettatore di sentirsi parte della scena del delitto
Assiduo frequentatore dei teatri londinesi negli anni Venti, le opere e le commedie teatrali che scoprì a quell’epoca hanno profondamente segnato la sua opera. In molti film, la location teatrale è preludio o fine di un dramma. Il "Club dei Trentanove" è un esempio perfetto di questa confusione tra spettacolo e vita; in L’uomo che sapeva troppo la recita termina in una sala da concerto; in Io confesso e Blackmail tutto si svolge davanti o dentro un teatro.
Di questi esempi la filmografia hitchcockiana è piena e ciascuno rivela il dubbio del cineasta riguardo la possibilità di trasportare sotto forma di spettacolo una verità del mondo.
Infine, il regista amava filmare gli effetti della rappresentazione sul viso degli spettatori piuttosto che la rappresentazione stessa. E’ senza dubbio per questa ragione che egli ha sempre preferito filmare il crimine, lo spavento del suo spettacolo, nello sguardo delle vittime.
Il rapporto tra cinema e arte in Alfred Hitchcock è un caso a sé. L’esposizione infatti non si limita ad individuare debiti, più o meno espliciti, nei confronti delle avanguardie storiche (quella surrealista e simbolista in particolare) da parte del grande regista, ma indaga anche le suggestioni che molti artisti contemporanei hanno ricevuto, e ricevono continuamente, dai film di Hitchcock. Da un lato quindi la vertiginosa scala dipinta da Léon Spilliaert nel 1908, con accanto la foto di Claude Rains che risale la scalinata, per lui fatale, della casa di Notorius (1946), dall’altra la graffiante scena urbana di George Grosz (Kurfürstendam, 1925) cui Hitchcock si è ispirato per i costumi di alcune scene del film L’agente segreto del 1936. Oppure alcuni boschi surrealisti di Max Ernst, le lucide e oniriche composizioni di Magritte, le piazze metafische di De Chirico, anch’esse fonti di più d’una inquadratura del re del thriller.
Molto importante fu la collaborazione tra Hitchcock e Salvador Dalì, che portò alla definizione delle celebri scene “da sogno” del film Io ti salverò, soprattutto per gli incubi di Gregory Peck, documentate nel museo da studi, bozzetti e scenografie del pittore spagnolo: “Gli chiesi di lavorare con me perché volevo che i sogni fossero rappresentati con la massima acutezza e chiarezza visiva. Dovevano essere reali più del film stesso” spiegò Hitchcock. “Volli Dalì per la chiarezza tagliente del suo lavoro”.
Sul versante del contributo che i film di Hitchcock hanno dato alla genesi di opere contemporanee, la mostra propone un’inquietante installazione video del 1996 di Tony Oursler, debitore di un’inquadratura con Raymond Burr tratta dalla Finestra sul cortile e i lavori di Cindy Sherman, l’artista americana che lavora da sempre sulla trasformazione del proprio corpo, sulla recitazione e sul linguaggio del cinema.
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