Il primo, grande successo commerciale di un maestro del genere appartenente alla generazione della “Nuova Hollywood”, il film è senza dubbio il capostipite del proficuo filone del teen-horror, in cui nessuna opera a venire ha saputo eguagliare i fasti e la qualità dell’originale. Già tutti gli stilemi portanti della poetica cinematografica di Carpenter sono contenuti e perfettamente espressi in questa pellicola: la regia asciutta al limite della stilizzazione, capace di provocare tensione adoperando un tipo di montaggio rallentato come primo agente scatenante. Le musiche, da sempre marchio di fabbrica del cineasta, sono entrare di diritto nella storia del cinema. E la macchina da presa, che muovendosi “dentro il personaggio” nella storica soggettiva che inizia il film diventa testimone/protagonista dell’orrore. Archetipo dei serial-killer se mai ce ne è stato uno, Michael Myers rappresenta il male oscuro e totale, quello cioè che non ha una giustificazione logica, ma esiste ed agisce attraverso la radicalità dell’azione fine a se stessa. La grande trovata dell’autore è quella di farne un’icona fuori dal tempo e dalla razionalità: il male, quello “puro”, non può essere compreso e soprattutto non può morire; in questo senso la logica causa/effetto propria del thriller sconfina ampiamente nell’horror, fino a rasentare la soglia del sovrannaturale: il mostro senza faccia si rialzerà sempre, pronto ogni volta a tornare ad uccidere, ed a noi testimoni terrorizzati i fondo va più che bene così.
Troppo facilmente si è classificato Carpenter come cineasta grezzo, capace di manipolare soltanto un cinema di serie B. A rivedere oggi capolavori come “Halloween” ci si rende conto che l’idea di tensione e di paura risiedeva in un altro modo di vedere il mezzo, più genuino, spurio, forse anche ingenuo, ma di sicuro più vicino alla visceralità dello spettatore.

