Dopo il Leone de#8217;Oro per "Prima della pioggia" e un lungo silenzio durato 6 anni torna alla regia Manchevski che rischiando ha dato vita a un film complesso ma allo stesso tempo divertente.
Dopo il Leone d’Oro per "Prima della pioggia" e un lungo silenzio durato 6 anni torna alla regia Manchevski che rischiando ha dato vita a un film complesso ma allo stesso tempo divertente.
Dust
Dopo il Leone d’Oro per "Prima della pioggia" e un lungo silenzio durato 6 anni torna alla regia Manchevski che rischiando ha dato vita a un film complesso ma allo stesso tempo divertente.
L’intreccio del film si snoda in due filoni: il presente, ambientato in una New York notturna, dove una vecchia racconta ad un ladruncolo la sua storia, e il passato, le vicende di due fratelli pistoleri catapultati nelle aride montagne della Turchia all’inizio del secolo. Al centro delle due storie e elemento comune, un misterioso tesoro che la vecchia sostiene di possedere.
Giocando su stili, musica, colori e pellicole diverse, Manchevski realizza un film spaccato in due, dove a dominare la scena è la parte ambientate nei paesi balcanici e dove il regista macedone può giocare con un genere, quello western, raramente trattato dal cinema europeo.
Tra sparatorie, cavalli, oro e prostitute il regista si diverte regalando del puro intrattenimento, lasciandosi sfuggire la mano in eccessi di violenza che spesso sfiorano il grottesco. Ma al di là al puro intrattenimento e a una sottile polemica politica che poco si percepisce, vi è la mano di un autore che racconta e scrive con la macchina da presa.
La fotografia di entrambe le situazioni, se pur differente o quasi opposta, è magistrale. Lo spettatore rimane colpito dallo stile del regista macedone sin dalla prima inquadratura, un lungo piano sequenza che descrive la vita dalla strada su per tutto un palazzo di una New York poco raccontata e fotografata.
Però Manchevski è lontano dalla poesia di Prima della pioggia e realizza un “filmone” epico-western utilizzando un cast diviso fra divi hollywoodiani( fra tutti il più piccolo dei Finnes, noto a tutti come lo Shakespeare di Shakespeare in love) e sconosciuti attori macedoni, mescolando due lingue come il macedone e l’inglese, destreggiandosi in un intreccio dove a volte lo spettatore si perde, incrociando la New York di oggi con villaggi di zingari devastati da una guerra fratricida all’inizio del secolo. Quindi attrazione degli opposti che non sempre funziona, ma a volte i film non hanno la necessità e l’obbiettivo di essere perfetti. E anche di non essere capiti per intero. Ma Manchevski, dopo un lungo silenzio di sei anni, ha rischiato, ha dato vita a un film complesso, divertente e in alcune parti noioso… ma è anche riuscito a creare un piccolo caso e una grande attesa… tutti si aspettavano il capolavoro, e il macedone, divertendosi, ci ha regalato un evento e soprattutto un bel film.
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