"Mammoth", il primo film americano di Lukas Moodysson e riuscito nellimpresa di irritare cosi tanto la critica alla Berlinal Palast. Presentati anche White Lightin (pellicola per stomaci forti) e Gigante.
"Mammoth", il primo film americano di Lukas Moodysson è riuscito nell’impresa di irritare così tanto la critica alla Berlinal Palast. Presentati anche “White Lightin” (pellicola per stomaci forti) e “Gigante”.
A Berlino arrivano i fischi
"Mammoth", il primo film americano di Lukas Moodysson è riuscito nell’impresa di irritare così tanto la critica alla Berlinal Palast. Presentati anche “White Lightin” (pellicola per stomaci forti) e “Gigante”.
Eppure “Mammoth”, primo film made in USA dello svedese Lukas Moodysson (conosciuto fino ad oggi per due cult come “Fucking amal” e “Lilja 4-ever” ) è riuscito nell’impresa di irritare così tanto la critica riunita alla Berlinal Palast, da essere accolto, a luci riaccese, da fischi pressoché unanimi. E anche chi non ha fischiato, non ha di certo applaudito per controbilanciare almeno un po’ la propria delusione. Protagonisti dell’opera in questione sono una coppia di genitori newyorkesi (Gael Garcia Bernal e Michelle Williams) troppo impegnati entrambi con i rispettivi lavori (uomo d’affari lui, chirurgo lei) per prendersi cura di loro figlia. Non a caso quest’ultima finisce con l’affezionarsi intensamente alla balia filippina. La loro storia si incrocia con quella del figlio della tata, rimasto in Asia e desideroso di far tornare indietro la mamma emigrata negli States per guadagnare qualche soldo e farlo vivere decentemente. L’intreccio si dipana cercando di mettere in rilievo quanto l’occidente sia cattivo e avaro di sentimenti, pronto a sfruttare debolezze e miserie di chi, pur di sopravvivere, è pronto a credere a tutto.
Altro film della giornata, sezione Panorama, è stato il ripugnante “White Lightin’”. E sia chiaro che in questo caso l’aggettivo ripugnante è utilizzato perché è proprio il disgusto l’obiettivo palese degli autori del film. Masochismo estremo, defecazioni pubbliche, autocannibalismo…c’è un po’ di tutto nel film di Dominic Murphy, al quale non si può non riconoscere una certa bravura nel costruire scene al limite del vomito, e un’angoscia propria solo di chi, anche se non per nobili scopi, la macchina da presa sa come muoverla. Bravissimo invece Edward Hogg che sembra uno di quei nomi da segnarsi per il futuro.
In concorso presentato invece l’uruguaiano (per produzione) “Gigante”, primo film dell’argentino Adriàn Biniez. Commedia malinconica trainata dalla bravura del suo protagonista, il corpulento Horacio Camandule e che ha riscosso tiepidi apprezzamenti in sala.
Per saperne di più sul nostro reportage alla Berlinale:
The International – La nostra recensione
Arrivano i nazisti: The Reader, John Rabe e Adam Resurrected
E’ l’ora del noir con Tavernier e Chabrol
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