Dopo un inizio di sporadiche conferme e frequenti delusioni, finalmente questo festival di Venezia ci ha regalato la prima

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Dopo un inizio di sporadiche conferme e frequenti delusioni, finalmente questo festival di Venezia ci ha regalato la prima, graditissima sorpresa

Estevez sorprende Venezia

Dopo un inizio di sporadiche conferme e frequenti delusioni, finalmente questo festival di Venezia ci ha regalato la prima

Dopo un inizio di sporadiche conferme e frequenti delusioni, finalmente questo festival di Venezia ci ha regalato la prima, graditissima sorpresa, almeno per quanto riguarda il concorso ufficiale. E tanto più sorprendente è questo intenso “Bobby” se pensiamo che il suo autore è quell’Emilio Estevez praticamente “scomparso”da almeno dieci anni, e che i più lungimiranti ricorderanno come teen-star di alcuni cult degli anni ’80 come “I ragazzi della 56° strada” (The Outsiders, 1982) di Francis Ford Coppola e “Breakfast Club” (id., 1985) di John Hughes. Sullo sfondo tangibile e doloroso dell’assassinio di Bob Kennedy, il film ripercorre la vicenda di alcuni ospiti dell’albergo dove il senatore fu ucciso, dopo aver appunto festeggiato il successo elettorale che lo avrebbe lanciato verso la Casa Bianca. Estevez organizza una messa corale di perfetto equilibrio narrativo, approfondendo e concedendo il dovuto spazio a tutte le storie personali che sceglie di raccontare; in questo film ogni caratterizzazione psicologica è studiata nel minimo dettaglio, quindi capace di coinvolgere a livello umano lo spettatore. Il referente principale per questo tipo di cinema ovviamente non può che essere il maestro Robert Altman, e in un paragone così altisonante e rischioso “Bobby” davvero non sfigura; certo, in esso manca il cinismo ed il disincanto di capolavori come “Nashville” (id., 1975) o “America oggi” (Short Cuts, 1993), ma almeno la retorica presente nella pellicola di Etevez ha un suo senso preciso, e viene lucidamente organizzata per arrivare sincera alle menti del pubblico. Tanto più infatti si arriva ad ascoltare – e quindi a conoscere – il pensiero sociale, politico e civile del senatore Kennedy, quanto più non si può non ci si può rendere conto che, se rapportato alla situazione odierna, quel pensiero racconta dei valori che sembrano ormai essere pura utopia. Parlando quindi del passato, “Bobby” quindi analizza ed ammonisce il presente, senza però avere la pesantezza di un’opera “a tesi”, pesantemente o moralisticamente accusatoria. Dopo aver visto ed amato questo lungometraggio, non sarebbe invece più una sorpresa se nella cerimonia finale venisse premiato l’intero cast di attori, che mai come questa volta meriterebbe un riconoscimento collettivo. In una tale e tanto variegata gamma di splendide interpretazioni, vogliamo segnalare almeno le prove di William H. Macy eLawrence Fishburne, ed applaudire un duetto da brividi tra le due dive Sharon Stone e Demi Moore.

Bobby” trasforma una delle pagine più nere e drammatiche della storia americana in una processo di collettivo di presa di coscienza personale, quindi di speranza. Applauso sincero a tutti coloro che hanno partecipato a questo film, primo tra tutti un speriamo definitivamente ritrovato Emilio Estevez.
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