"DUNE",IL FILM
la rilevanza filmografica di "Dune" è ascrivibile ad un gusto didascalico per le immagini cruente che travalica i confini del reale, individuando nella dimensione immaginaria la chiave interpretativa dell’esistenza umana.
Il 1984 doveva essere un anno importante per gli amanti incalliti della fantascienza herbertiana: col film "Dune" David Lynch non solo aveva accettato la sfida di trasporre in una pellicola di “appena” 137 minuti una delle più monumentali opere letterarie del XX secolo, ma aveva cercato col suo talento di conferire autonoma originalità ad un lavoro, frutto di una sua personalissima visione del romanzo. Il risultato fu un disastro. Ma occorre immediatamente aggiungere che la dimensione dell’insuccesso interessò prevalentemente l’aspetto commerciale. Pur avvalendosi di un suntuoso budget di 40 milioni di dollari, la sfortunata produzione De Laurentis non riuscì nemmeno lontanamente a recupare le iniziali spese di lancio. Disertando sistematicamente i botteghini, gli spettatori espressero tutta la loro indignazione dinanzi ad un lavoro ritenuto perlopiù farraginoso, eccessivamente tedioso e distante anni luce dallo stile autentico del romanzo.
Fatto sta che l’idea di girare un sequel (peraltro già assegnato allo stesso Lynch) venne immediatamente archiviata dalla compagnia di produzione. "Dune", tuttavia, fu tutt’altro che un’opera deprecabile. Pur avvalorando le critiche di chi ne sottolineava l’accentuata discontinuità ritmica a livello narrativo, l’opera ben rifletteva alcune caratteristiche del cinema dell’autore: una pronunciata tendenza a lasciare “leggibile” il testo da più angolazioni, l’ingegnosa caratterizzazione ambientale ed intimista dei personaggi della vicenda, una precisa intenzionalità nel rappresentare l’orrendo ed il ripugnante come predominante criterio estetico. In questo senso, il film ha costituito il naturale continuum artistico delle due precedenti opere lynchiane: il cupo e visionario "Eraserhead", il triste ed inquietante "The Elephant Man". Sempre procedendo su questi binari, insomma, si capisce come la rilevanza filmografica di "Dune" sia ascrivibile ad un gusto didascalico per le immagini cruente che travalica i confini del reale, individuando nella dimensione immaginaria la chiave interpretativa dell’esistenza umana. Del resto a confermarcelo sono due tra le più celebri scene della pellicola: quella in cui il dottor Yueh estrae con la mano destra le interiora decomposte di un cadavere e quella in cui il barone Wladimir completa un rito sacrificale, dissanguando completamente una preda terrorizzata.
Fatto sta che l’idea di girare un sequel (peraltro già assegnato allo stesso Lynch) venne immediatamente archiviata dalla compagnia di produzione. "Dune", tuttavia, fu tutt’altro che un’opera deprecabile. Pur avvalorando le critiche di chi ne sottolineava l’accentuata discontinuità ritmica a livello narrativo, l’opera ben rifletteva alcune caratteristiche del cinema dell’autore: una pronunciata tendenza a lasciare “leggibile” il testo da più angolazioni, l’ingegnosa caratterizzazione ambientale ed intimista dei personaggi della vicenda, una precisa intenzionalità nel rappresentare l’orrendo ed il ripugnante come predominante criterio estetico. In questo senso, il film ha costituito il naturale continuum artistico delle due precedenti opere lynchiane: il cupo e visionario "Eraserhead", il triste ed inquietante "The Elephant Man". Sempre procedendo su questi binari, insomma, si capisce come la rilevanza filmografica di "Dune" sia ascrivibile ad un gusto didascalico per le immagini cruente che travalica i confini del reale, individuando nella dimensione immaginaria la chiave interpretativa dell’esistenza umana. Del resto a confermarcelo sono due tra le più celebri scene della pellicola: quella in cui il dottor Yueh estrae con la mano destra le interiora decomposte di un cadavere e quella in cui il barone Wladimir completa un rito sacrificale, dissanguando completamente una preda terrorizzata.
