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DRACULA'S LEGACY

DRACULA'S LEGACY

DRACULA'S LEGACY

Sin dagli albori dell’espressionismo cinematografico tedesco, numerosissimi sono stati gli autori che, celebrando le gesta immonde di Dracula, hanno di fatto incentivato una delle più imponenti produzioni filmiche di tutti i tempi: registi del calibro di Murnau, Fischer, Herzog e, più recentemente Coppola, hanno così con le loro pellicole suggellato il fascino della più celebre icona dark di fine Ottocento. Non era quindi facile conferire ulteriore originalità ad un simile personaggio, tanto più per un giovane e misconosciuto debuttante come Patrick Lussier. “Dracula’s Legacy”, invece ne è il perfetto esempio: coinvolgendo nelle vesti di produttore esecutivo il grande maestro della suspence contemporanea, Wes Craven, la pellicola ha il pregio di esser stata finemente realizzata in ogni suo aspetto. Del resto, l’impronta dello scrittore di “Fountain Society” è chiaramente visibile già a partire dall’impostazione strutturale del film. Dalla sceneggiatura alla fotografia, dalla scenografia ai costumi, emerge ben più di una semplice analogia con quello “Scream style” proprio del “teenager movie” in stile Craven. Non solo. Dal prodotto di Lussier, amico e collaboratore fidato dello stesso Craven (a lungo ha lavorato con lui in fase di montaggio), emerge un ulteriore elemento di vicinanza: la passione per il linguaggio meta-cinematografico tanto caro al papà di Freddy Kruger. A questo proposito, non è un caso che “Dracula ‘s Legacy” sia concepito complessivamente come un omaggio alla “b-movie horror production”, pur non essendo decisamente un prodotto di serie b (il budget utilizzato è ben lontano dall’essere contenuto: si pensi solamente a quanto può aver finanziato la Virgin per far apparire la sua monumentale insegna in una delle sequenze centrali). Detto questo, occorre sottolineare che forse il più grande merito di Patrick Lussier va individuato nell’audacia di sperimentare una formula esplosiva: miscelare sapientemente gli insegnamenti del suo maestro (la visione psicologica della paura), uno humor nero tipico del migliore Sam Raimi, il montaggio più in voga al momento (quello da videoclip) ed un ricco repertorio musicale contenente brani heavy metal, neo-industrial e hard rock (da Slayer ai Pantera, da Disturbed a Marilyn Manson).
Il risultato finale appare decisamente convincente: il film alterna in modo apprezzabile autentici istanti di tensione a momenti marcatamente ironici e sarcastici (si pensi all’immagine del vampiro che, non temendo affatto la classica Bibbia sfoggiatagli dinanzi, ne demistifica il significato relegandola allo status di mero oggetto di propaganda).
E poi c’è da notare come l’accuratezza della realizzazione riposi anche sulla professionalità di uno staff tecnico scelto “ad hoc”: se l’attenzione scrupolosa per i particolari della fotografia non sorprende poi un granché, data l’esperienza mostrata da quel Peter Pau tanto apprezzato a fianco di Ronny Yu ed Ang Lee ne “La sposa di Chucky” e “La Tigre e il Dragone”, neppure lo zelo maniacale per la scenografia e i costumi deve stupire eccessivamente; a lavorarci sopra sono state infatti chiamate rispettivamente Carol Spier e Denise Cronenberg, ovvero le collaboratrici più strette (la seconda è la sorella) del grande David Cronenberg .
Infine, occorre spendere due parole per il cast di interpreti, dove oltre a figurare i nomi di Christopher Plummer, Omar Epps, Jonny Lee Miller e la bella Colleen Ann Fitzpatrick (la famosa cantante Vitamin C), spicca per ovvie ragioni il protagonista Gerard Butler, incredibilmente a suo agio nelle vesti softcore del demoniaco Principe delle Tenebre. La scelta degli interpreti in tutti i casi si è rivelata all’altezza della situazione, alimentando così con rinnovato vigore l’interesse per un racconto che al contempo trasuda tradizione e modernità.

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