Interviste

“Domani” è il sesto lungometraggio della regista romana. Un film ambientato in uno dei paesi umbri devastati dal terremoto del 1997.

Intervista a Francesca Archibugi

Intervista a Francesca Archibugi

Cosa l’ha spinta a girare questo film e come mai ha scelto la linea della non-denuncia?

“Ho raccolto e letto i temi sul terremoto composti dai bambini di Nocera Umbra, ho conversato con loro, scoprendo che l’informazione dei tg non mi aveva permesso di conoscere a fondo la situazione. Sul piccolo schermo queste persone erano state relegate a terremotati, come se non fossero più persone normali ma dei semplici bisognosi; mentre ciò di cui principalmente necessitavano era il supporto per riorganizzarsi. Non c’è denuncia perché in realtà manca il “cattivo”. Non mi interessava sottolineare gli errori dei politicanti perché credo che lo sdegno, in questi casi, sia inutile, perfino frutto della disinformazione perché molti di questi paesini non possono essere ricostruiti. Mi interessava, al contrario, evidenziare la vitalità che un brutto colpo come un sisma può sprigionare nelle persone, facendogli vedere cose che prima non vedevano, in sé e negli altri.

E’ presente, in ogni modo, una denuncia implicita, più di un’allusione al malgoverno...

“Spicca, più che altro, il dolore insanabile della democrazia perché, in tali situazioni, è difficile mettere tutti d’accordo, per cui ci si scaglia anche contro persone oneste, impegnate nel proprio lavoro ma capri espiatori del momento, vittime delle legittime rimostranze del popolo. Ma l’obiettivo è sbagliato. La politica, in questi casi, divide invece di unire”.

Prima si ha l’impressione che il sisma spacchi i legami tra le persone, ma alla fine dopo l’ennesima scossa, è solo la terra a spaccarsi mentre i legami rimangono saldi...

“Ognuno ha il “suo” terremoto. Ho raccontato la storia di una serie di persone sulle quali il terremoto ha provocato tipi diversi di contraccolpi. Non è sempre chiaro cosa succeda, ma vi è indubbiamente un salto psichico, le persone esplodono, psichicamente, in varie direzioni. Ogni spettatore può chiudere le avventure esistenziali di ogni personaggio”.

La sceneggiatura è stata influenzata dalle conversazioni con la gente del posto durante i sopralluoghi?

“Ho svolto i sopralluoghi, ho intervistato la gente, mi sono fatta raccontare molte storie e contemporaneamente scrivevo. E’ stata una lunga gestazione, così come travagliato è stato il periodo delle riprese per motivi economici e per l’attesa dei nullaosta. Per molto tempo siamo rimasti appesi, ma nessuno della troupe ha mandato al diavolo il progetto”.

Come è stato affrontare delle ‘sequenze action’, quelle relative alle scosse telluriche?

“Credo che il manufatto del film sia fondamentale, prioritario all’espressione di una propria visione delle cose. Quindi con dedizione ho studiato come utilizzare gli effetti speciali sia in fase di ripresa, sia di edizione, per evitare di fare un lavoro sciatto”.

Quali sono i motivi per cui “Domani” non è stato selezionato per il festival di Berlino?

“Nonostante ci abbiano chiesto di visionare il film, abbiamo preferito concentrarci sulla promozione per l’imminente uscita. Promuovere un film italiano è impegnativo perché si deve rimontare un’antipatia, un pregiudizio. Un’incombenza che non ci permetterebbe di stare con la testa altrove, tantomeno di dedicarci alla partecipazione ad un festival”.

Sebbene ci siano personaggi che sembrano provenire dai suoi film precedenti, la narrazione è decisamente corale, tutti hanno la stessa importanza nell’economia della storia che ha quindi multipli punti di riferimento...

“Infatti, sin dai titoli di testa, cerco di dare ordine al disordine mettendo il nome dell’attore sotto ogni volto, affinché il pubblico li rammenti in mezzo al caos che si apprestano a contemplare. Un caos narrativo che rispecchia quello interiore dei personaggi”.

Questa coralità genera un tipo di film marcatamente realistico. I suoi intenti erano documentaristici?

“C’è un riallacciarsi al documentario che tuttavia ha differenti regole interne, ma qui la confezione è totalmente inventata, romanzata. Il punto di vista è quello di un narratore, non di un documentarista. E’ un film che può essere definito semplicemente realistico; ma realistico non significa girare quello che si trova sul posto, riprendendo la realtà così com’è, bensì realizzare uno sforzo a tutti i livelli per raggiungere un grado alto di autenticità”.


Comunque la connotazione dialettale umbra è moderata...

“Abbiamo fornito giusto una spolverata unificante, perché accentuare troppo l’aspetto dialettale avrebbe significato trasformare il film in una Commedia all’italiana. Non ho voluto calcare, ma uniformare”.

L’aspetto sottolineato nel film, vale a dire la priorità data all’intervento artistico per salvare il capolavoro di Beato angelico, ha riscontro nella realtà?

“Non in maniera così immediata. Io credo che l’emergenza in Umbria sia stata ben gestita. La gente è stata rassicurata. I problemi sono nati in seguito. Ma non dipende esclusivamente dai governanti. Un ministro non ha nessun potere di utilizzare i finanziamenti, che sponsor stranieri hanno deliberatamente destinato al restauro di opere artistiche, per i bisogni del popolo. In questo caso si rischia uno scandalismo grossolano, sebbene errori siano stati commessi”.

Cosa ha trovato di sorprendente in quei temi scritti dai bambini?

“L’immensa vitalità. L’assenza di un senso cupo dell’esistenza al posto del quale vi era il forte sentimento di trovarsi a vivere una specie di avventura. La coscienza, poi, di non farsi sopraffare da qualcosa di più grande di loro, mantenendo la voglia di vivere, ridere, scherzare. Tutto ciò non è affiorato dall’informazione televisiva che ci spingeva a pensare che queste persone avessero bisogno di indumenti. Ma non era per nulla così. Essi stavano affrontando qualcosa di esistenzialmente gigantesco”.
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