Provocatorio, ossessivo e stordente, simbolico fino alla nausea, arriva in Italia, in versione ridotta, il nuovo film di Lars von Trier. Con una Nicole Kidman sempre piu' grande.
Dogville
Provocatorio, ossessivo e stordente, simbolico fino alla nausea, arriva in Italia, in versione ridotta, il nuovo film di Lars von Trier. Con una Nicole Kidman sempre piu' grande.
Provocatorio, simbolico fino alla nausea - tutto qui rimanda a qualcos'altro – ossessivo e stordente con quella voce fuori campo e la musica ispirata dal genio di Kurt Weill dell'Opera da Tre soldi di Brecht. Non stiamo nemmeno più a discutere se sia un bel film o no, se sia soprattutto un film nel senso tradizionale del termine. Dogville è un pugno in un occhio, una presa di coscienza che non chiede i giudizi a tre o quattro stelle, chiede solo di essere visto. Ecco, andate a vederlo. Poi se ne discuterà perchè è certo che questo film non può lasciare indifferenti. Per almeno tre motivi, trascurando la trama. Perchè la trama è un altro simbolo.
Primo – Il set è un non-set. Dogville è "il nostro villaggio" sulle Rocky Mountains, ed è cancellato. Già. Cancellato. Sappiamo dell'esistenza delle case o delle strade solo perchè con un gesso bianco Von Trier ha tracciato - come usa fare attorno ai cadaveri – delle linee di demarcazione. Qui anche il cane ha la sua casa tracciata col gesso. Sappiamo che una montagna blocca completamente l'accesso da un lato del villaggio e che esiste una sola strada, Elm Street (come in "Nightmare") quale unica via di comunicazione con il resto del mondo. Lo sappiamo perchè ce lo dicono, lo immaginiamo. Come a teatro. Ecco. Von Trier chiede allo spettatore molta immaginazione. Immaginati le case, immaginati che qui ci sia una porta e qui un muro, immagina e credi a quello che ti ho segnato lì per terra, lì dove si muovono questi cadaveri viventi su un palco che è un set. Qui, in questo mondo a parte, in questo Nulla dove ti voglio far vedere tutti i vizi dell'umanità mascherati di falso perbenismo. Qui dove i soldi rendono tutti corrotti, anche i bravi borghesi, qui dove annulliamo la differenza tra criminali e poliziotti (ecco ancora la mitica "Dreigroschenoper" di Brecht). Dogville è l'America corrotta ma è ogni villaggio, in ogni parte del mondo.
Secondo – Il cast è di quelli che fanno sognare. Nicole Kidman è semplicemente da urlo. Se Uma Thurman è la musa di Tarantino, Nicole non poteva non recitare in questo film. "Ho scritto questo ruolo proprio pensando a lei – ha detto il regista danese – anzi all'idea che di lei avevo guardandola al cinema". Bene. Il risultato è straordinario. Senza parlare di tutti gli altri. Da Chloe Sevigny a James Caan (che performance la sua!), da Lauren Bacall a Ben Gazzara. Qui dove tutto è cancellato Trier filma i volti, le persone, i corpi. I Corpi-cadaveri su un palco segnato di gesso. Ma come li filma. E' da vedere.
Terzo – Una conversazione piuttosto estesa verso un finale iperviolento svela tutto il simbolismo che si cela dietro la "storiella", l'opera da tre soldi appunto, di Grace-Kidman e del suo arrivo al villaggio. Senza raccontare troppo del finale mettiamola così: ai cittadini di Dogville è stato fatto un test. Un test per capire la vera natura dell'uomo e che cosa si meriti, quale giudizio, quale punizione. E hanno fallito. Nessuno escluso si sottrae al giudizio – nefando – che la natura umana sia quanto di peggio esista al mondo. E si merita di diventare cadavere.
Chiudiamo dicendo che in tutto il film si respira un'aria pesante di anti-americanismo. Von Trier non è mai stato in America e proprio per questo ha voluto fare un film ambientato lì. L'America che lui solo immagina. L'immaginazione che si diceva all'inizio. Immaginati l'America, immaginati la sua società e fanne un palco. Ecco. Questa è la sua America, schiavista, capitalista, bombarola, razzista, spietata e sfruttatrice. Un'America che ti marchia a fuoco e ti elimina se non sei desiderato. Ma questi non sono forse peccati di tutta l'umanità? Dogville è ogni villaggio di ogni posto del mondo. Imperdibile comunque la galleria di immagini che sui titoli di coda scorrono sulle note di Young American di Bowie, una serie di porcherie tutte americane da tenere ben impresse nella mente.
Nessun dubbio che in America il film avrà qualche problema di accoglienza, ma questo eccita von Trier che ha già in mente il prossimo capitolo (Manderlay) della sua Trilogia Americana di cui Dogville è solo il primo episodio.
- FESTIVAL DI CANNES 2003 |
- DOGVILLE |
- LARS VON TRIER |
- NICOLE KIDMAN |
- KURT WEILL
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