Un legame indissolubile con la realtà sociale del paese letta in chiave ironica, comica e grottesca.
Gli anni 60 come specchio della societa'
Un legame indissolubile con la realtà sociale del paese letta in chiave ironica, comica e grottesca.
Tra i parametri costitutivi della ‘commedia all’italiana’ vi è il costante ricorso agli schemi narrativi di derivazione popolare tipici del Romanzo d’appendice, da cui assorbe anche il linguaggio e di cui si serve per un’incisiva analisi nel tessuto della vita italiana trasferendo tuttavia il tono sul versante satirico-umoristico. Un tono altrettanto efficace che è quello delle crude descrizioni Rosselliniane, più adatte ai gusti di un pubblico che stava subendo un cambiamento economico e sociale che da lì a poco sarebbe coinciso con il periodo del boom.
E’ un’operazione delicata selezionare titoli e autori che rappresentino adeguatamente un genere che è parte integrante della nostra cultura artistica. Accennare a Mario Monicelli, per esempio, ci permette, ricordando “I soliti ignoti” e “L’armata Brancaleone”, di precisare brevemente due direzioni intraprese dalla comicità nostrana ma che contribuiscono in egual modo a quella ricerca d’identità a cui l’Italia sembrava dedita. Da una parte una commedia vivace e demistificatoria che, per mezzo di accenti farseschi, metteva in luce aspetti eloquenti della società italiana e segnava anche il criterio del nostro modo di fare commedia, caratterizzato da una chiusura spesso amara e paradossale. Con “L’Armata Brancaleone” si risale alle origini medievali, con minori agganci diretti alla realtà contemporanea, al fine di accentuare l’elemento grottesco rifacendosi più direttamente alla tradizione della Commedia dell’Arte. Uno spirito arguto contraddistingue Pietro Germi che, con “Divorzio all’italiana” e “Sedotta e abbandonata”, rintraccia con sarcasmo i risvolti della rispettabilità borghese e le ipocrisie della vita di provincia. Dino Risi ne “Il sorpasso” disegna con esattezza un momento di passaggio cruciale della nostra società, e, ne “I mostri”, riesce a denunciare, quasi ad inchiodare, con graffiante cattiveria rivestita di umorismo, gli anfratti reconditi della personalità dell’italiano medio. Ma sarebbe errato citare solamente i registi di un cinema che deve il suo lustro anche agli sceneggiatori come Age, Scarpelli, Suso Cecchi D’amico, solo per citarne alcuni, creatori di perfetti congegni narrativi susseguentemente esaltati dall’abilità di attori indimenticabili come Vittorio Gassmann, Ugo Tognazzi, Nino Manfredi, Marcello Mastroianni e da uno stuolo impareggiabile di caratteristi.
Concludiamo questa breve panoramica ricordando Totò. Egli costituì sin dagli esordi fino alla sua morte (1967) una figura trasversale nel cinema italiano, mai abbastanza compresa e apprezzata se non molti anni dopo la sua scomparsa. La figura più significativa di un cinema autenticamente popolare, plebeo, capace di assorbire nella propria arte attorica tutte le caratteristiche accennate finora, per poi riversarle integralmente in un tipo di cinema, la cui necessità egli aveva già per certi versi intuito e anticipato.
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